Il desiderio del viaggio, che è ormai una necessità, una routine nella mia vita – ormai anche per lavoro –, non c’è sempre stato. Non siamo una famiglia di grandi viaggiatori, e fin dove la memoria arriva direi neanche di migranti. Ma ricordo distintamente il momento in cui ho capito che avrei viaggiato molto. Avevo 17 anni, avevo conosciuto un gruppo di persone che, nel loro piccolo, mi avrebbero cambiato la vita. Volevo solo prendere un treno con uno zaino in spalla, andare in luoghi sconosciuti, scalare montagne, conoscere gente nuova, vedere tramonti.

Tutto molto romantico.

Poi avrei iniziato a viaggiare.

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L’idea del viaggio nella mia testa si è subito scontrata con quelle che sono le realtà di posti e lingue sconosciuti, con i loro lati romantici ma anche molto pratici, molto terra terra. Il prepararsi, il comunicare con gli altri, ma soprattutto il modo di vivere un viaggio – che siano due ore di treno nella mia Toscana o un mese in giro per mezza Europa, poco importa: quest’articolo parla di come il mio modo di viaggiare è (o non è) cambiato negli ultimi 13 anni.

1. Non avere un piano: in parte questa è una cosa che non è cambiata. Non sono mai partito con un piano preciso, con delle cose da fare, e soprattutto da vedere, nemmeno nella prima estate da viaggiatore quando sono andato a Praga e Amsterdam, correva l’anno 2005: vedere foto di repertorio di quell’estate con molta nostalgia dei miei capelli. Forse però il modo di vivere tutto questo è cambiato. Prima se mi trovavo senza nulla da fare, fosse anche solo una passeggiata, dovevo riempire subito con qualcosa. E appena arrivato in una città nuova volevo sapere cosa erano le cose da fare assolutamente. Assolutamente. Mh. Adesso sono in grado di stare ore in un posto nuovo senza stressarmi, leggendo un libro, passeggiando senza meta. Non è stato facile lasciarmi andare, abbandonando a frenesia che ci portiamo dietro quando “stacchiamo” dalla routine di tutti i giorni. Ma adesso, almeno nel viaggio, riesco ad abbracciare il caos. Forse è proprio per questo che le poche diatribe avute con il mio amico Nitch durante il nostro viaggio on the road negli USA sono scaturite dal dove andare o da cosa vedere. Però, alla fine, qualche deviazione dalla nostra rotta è stata molto divertente.

Capello

2. L’insopportabile sensazione di essersi persi qualcosa: sì, la odiavo. Se qualcuno veniva fuori, soprattutto dopo il ritorno a casa, con un “ma non ci sei stato?”, che rabbia! Con quella sensazione d’immensa frustrazione unita alla voglia di riprendere un volo e tornare, solo per non essersi persi niente. Oggi mi farei una grassa risata, penserei a tutte le cose poco importanti e poco turistiche che ho fatto e che mi hanno fatto vivere un viaggio a modo mio: e anche che non si può vedere tutto, perché poi che scusa si ha per tornare? (A parte gli amici, ovvio!).

3. Prenderla male se finisco in un posto pieno zeppo di turisti: ormai, va detto, molti viaggiatori giocano a chi fa più cose nuove, particolari e avventurose. Anche io, dopo aver superato la compulsione del punto sopra, ho iniziato ad apprezzare i luoghi fuori dal radar. Purtroppo però sono approdato sulla sponda opposta: fino a poco tempo fa se vedevo un turista, una persona senza zaino in spalla che non parlasse almeno tre lingue, mi veniva voglia di buttarlo giù da un dirupo. La cosa è andata aumentando con gli smartphone e i bastoni per i selfie. Però, a pensarci bene, se alcuni posti sono pieni di gente, un motivo c’è. Nell’estate 2015, quando ho scalato il Monte Fuji in Giappone di notte per vedere l’alba, c’erano centinaia, forse migliaia di persone con me, alcune in pellegrinaggio, altre in viaggio, tutte curiose. E vedere quella moltitudine salutare il sole, insieme, è stato molto bello.

75Alcune cose comunque le odio sempre. I selfie, come ho già scritto, o le foto fatte così per fare senza nemmeno godersi il momento, senza nemmeno osservare ciò che si sta vedendo. Quello non cambia.

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4. Pensare che se non varco i confini del Bel Paese non è un viaggio vero: devo ammetterlo, non ho mai viaggiato moltissimo in Italia, per me il viaggio è iniziato andando all’estero. Posti nuovi, modo di muoversi nuovo (aereo o treno, che a “casa” avevo usato poco) e soprattutto, nuove lingue. Così, prima di godermi davvero l’Italia, ma anche l’idea del viaggio e l’idea che non importi la distanza, ma il modo di vedere le cose e farne l’esperienza, mi son girato un bel po’ di capitali europee e ho fatto un inter-rail. Da quando sono stato in Erasmus in Irlanda, dopo aver girato tutto il paese in nove mesi, ho deciso che avrei esplorato di più il mio. OK, l’Irlanda e l’Italia hanno un’estensione differente, per cui ho iniziato dalla Toscana (portandoci poi alcuni amici dell’Erasmus, vedi foto sotto). Nel 2018, con un van, mi sono unito ad alcuni amici per un giro che ha abbracciato Napoli, Diamante (Calabria), Matera, e poi la zona intorno a Trani e Bari. Qualche mese fa, ho fatto cinque giorni sulla Via Francigena, da Siena al lago di Bolsena, e quel piccolo viaggio dietro casa vale tutta la fatica.

Una cena con alcuni degli amici dell'Erasmus, in Toscana, nel 2012

Una cena con alcuni degli amici dell’Erasmus, in Toscana, nel 2012

5. Cercare di risparmiare a tutti i costi, costi quel che costi: questa cosa ho dovuto prendere coraggio e farmi forza per scriverla, ma è così. Non so se è l’aver passato da un po’ i trent’anni, la fortuna di avere un lavoro, o un po’ di saggezza in più. Continuo a cercare soluzioni molto low cost per i miei viaggi, però ho smesso di farne un mantra. Dopo due giorni di viaggio senza sosta, levatacce, chilometri e chilometri di trekking, bus, scalate, treno, magari senza lavarsi, spendere qualche euro in più può risollevare il morale e dare quel poco riposo che poi mi serve per godermi altre giornate belle piene.

Gaber

Gaber

Ricercatore all'Università di Siena. Ama viaggiare in ogni sua forma. Ultimamente odia l'aereo e viaggerebbe solo in treno e bici. L’importante però è sempre la compagnia, e rendersi conto che a volte è meglio uscire a far quattro passi da soli.
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