Il mio viaggio in Gambia è il primo viaggio lungo dove sono completamente solo.  Mi chiedo sempre cosa mi spinge a viaggiare e perché continuo a farlo.
La prima esigenza è sconquassare il presente, far saltare tutte le coordinate di comodità, dimenticare il cuscino del divano che irrita la pelle quando ci dormi troppo tempo. La seconda è ritrovarsi in una condizione di necessità in cui si è costretti a prendere il timone per salvarsi, così da attivare tutti le parti fisiche e mentali che ogni tanto si dimentica di avere, mettendosi alla prova seguendo le orme degli antichi esploratori.
La destinazione poi è un qualsiasi posto al mondo, perché non esiste una strada che non porta in nessun luogo, insegna Gianni Rodari. Dove c’è una strada c’è una storia, ed è questa la terza motivazione.

Home beach

Con queste premesse mi incammino lentamente dal Senegal, dove abito da un po’, verso il Gambia. Semplicemente per vivere qualcosa che non ho ancora vissuto. Molte persone vanno al cinema, altri in libreria per acquistare una storia non ancora letta. A me piace la diretta e mi piace recitare improvvisando, così mi lancio in questo posto sconosciuto.

La storia si apre in una strada infinita da Mbour (Senegal) al villaggio o forse cittadina di Tanji (Gambia), dove mi aspetta l’amico di un mio amico, che quindi come insegnano da queste parti dovrà matematicamente essere mio amico. Allora se tutti siamo amici di amici dovremmo essere tutti amici, o no?

La prima persona che incontro però è un imponente pescatore senegalese che ha deciso di specializzarsi nella varietà del pesce del Gambia per fare fortuna. Facciamo conoscenza al confine di Karang dopo aver condiviso con lui il lunghissimo viaggio in taxi dal Senegal. Dopo esser stato assalito da una schiera di professionisti del cambio scheda telefonica dal Senegal al Gambia, capisco di aver bisogno di una mano per tirarmi fuori. Mi faccio forza e chiedo al mio compagno di taxi la sua destinazione e se può aiutarmi. Va anche lui a Tanji! Perfetto, così partiamo insieme: io, lui e il suo figlioletto vestito con un’immancabile maglia di Messi che fa un fantastico contrasto scenico con l’elegantissimo abito di tradizione musulmana del padre. Io non ricordo neanche cosa indosso. Arriviamo in fretta a Barra, da dove partono i traghetti che collegano le due metà del Gambia separate dall’omonimo fiume.

Vedo improvvisamente il mio recente miglior amico correre trascinando tutta la sua stazza. Capisco allora che da queste parti non devono esserci molti traghetti al giorno. Ovviamente perdiamo il traghetto, ma cerco di salvare la situazione andando a recuperare dei gustosi panini con carne, cipolla e dado da cucina. Il traghetto non arriva, così veniamo raccolti da una piroga che effettua “servizio sostitutivo”, direbbe Trenitalia. Un ragazzo mi chiede se all’arrivo a Banjul può carry me. Io gli dico di non aver bisogno di un taxi, perché sono con un amico, ma dopo pochi minuti vedo il pescatore sulle spalle di un altro ragazzo attraversare il mare per raggiungere la riva. Non posso che imitarlo e adeguarmi in fretta a un nuovo senso di normalità. 

Home Beach

Una volta raggiunta Tanji trovo facilmente la persona che mi ospiterà, che chiameremo Otto, ispirandoci a un noto personaggio de I Simpson. Otto è un amico di un mio amico gambiano che ho conosciuto in Italia in un centro di accoglienza. Mi ha girato il suo contatto, ma non mi ha detto che vive sulla spiaggia, che non ha elettricità, acqua o altri servizi. Esistono da queste parti dei negozietti dove ricaricare i cellulari di tanto in tanto o dove vedere le partite di calcio, insomma tutto quello per cui l’elettricità serve al giorno d’oggi. Il viaggio in mare in groppa alle spalle di un sedicenne mi ha però già scardinato le barriere mentali, così riesco facilmente ad apprezzare lo stile di vita di Otto. Si definisce un uomo pacifico, ha chiamato Home Beach il suo pezzo di spiaggia, donatogli anni fa dal capo villaggio. Un posto, dice, che è la casa di tutti, per questo si chiama così. Nulla di più semplice, al punto che mi chiedo perché le case sono case solo per qualcuno allora. Qualcuno direbbe che casa è dove c’è il tuo cuore. Io però lì in quella spiaggia, di notte quando l’unica luce è una lampada a batteria, non capisco dove sia il mio cuore.

Me ne accorgo però nei giorni successivi, quando incontro i fratelli del mio amico gambiano in Italia. Guardo quei volti così simili al suo e cammino per la stessa strada che lui percorreva tutti i giorni. Mi sembra tutto paradossale e allo stesso tempo familiare. Ho cambiato più volte casa, paese, lavoro, persone, ma ora sono lì dall’altra parte del mondo con la famiglia del mio amico, in quelle strade sabbiose che mi sembravano inizialmente così assurde quando mi sono trasferito in Senegal. Adesso sono le stesse strade dove è cresciuto il mio amico che ho accompagnato tra i vicoli di Napoli qualche anno fa. La mia voglia di cercare una strada in cui perdermi mi ha portato a ritrovare un pezzo del mio cuore in un luogo molto distante. Forse è vero che dove c’è il tuo cuore c’è casa, ma puoi lasciare pezzi di te in giro per avere tante case intorno al mondo. Otto mi offre uno spazio enorme in cui lasciarmi andare. Casa sua non avrà il bagno ma ha orizzonti enormi. Mare, sabbia su cui correre al risveglio e piroghe qua e là che vanno e vengono. Ogni volta che rientro dopo le mie escursioni giornaliere trovo persone diverse, che sentono quel posto come un rifugio, o ancora come una casa. Pian piano capisco cosa voleva dire Otto con quel nome, Home Beach. Un posto che è aperto a tutti, ma davvero a tutti, senza chiederti perché sei qui, chi sei o cosa fai. Ci sarà un posto per te qui, senza alcun secondo fine o altro. 

foto articolo Gambia (1)

Otto non ci pensa minimamente a queste cose, per lui quel posto è una casa e basta ed è per tutti. La stranezza della cosa la vedo io, ma non lui, che è davvero una persona libera e rappresentazione della pace perché non saprebbe dare un senso alla guerra e alla violenza. Forse però Otto conosce fin troppo bene la crudeltà. Scopro infatti nei giorni che ha conosciuto il mio amico gambiano/italiano in Libia, mentre entrambi provavano a raggiungere l’Europa. Il mio amico in Italia ci è riuscito, Otto no. Dopo vari periodi in prigione e false partenze è riuscito a tornare in Gambia e lui sostiene che sia stato meglio così. Era stato il fratello a consigliargli di partire per la back way (la strada sul retro per l’Europa, come la chiamano i gambiani) e non si può non seguire l’opinione del fratello maggiore in certe famiglie. Alla fine però Otto ha seguito il consiglio della mamma, che abita “in paese”. La notizia di una casa familiare così vicina inizialmente mi aveva sorpreso. Perché vive così se ha una casa più comoda in villaggio? Otto mi racconta che un giorno la mamma gli ha detto “se vuoi essere veramente un beach boy devi andare a vivere on the seaside“. Ne ha seguito il consiglio e ha rinunciato ai beni terreni, agli oggetti, alla definizione di mio e tuo. Ha così scoperto un nuovo senso di libertà, quella in cui non si possiede molto ma si è a casa nel vento e nel mare perché è ad essi che si è donato il proprio cuore.

Je

Je

Appassionato fin da bambino di mappamondi, atlanti e Tuttocittà, ha scoperto il senso della vita quando ha capito che tutte quelle bellissime opere d'arte non erano altro che la realtà. Ha così cominciato ad esplorarle, cercando di capire dove arrivassero tutte le strade che gli si presentavano davanti. Consapevole che per ogni punto nello spazio passano infinite rette, sa già che l'avventura sta sempre per cominciare.
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