Ormai è passato quasi un anno da quando ho scritto questo pezzo. L’ho scritto a Daloa, subito dopo aver parlato con Arouna, bambino ivoriano partito da solo per l’Europa e arrestato in Libia. Non ho voluto modificare quel flusso di coscienza, nato a tarda notte quando non riuscivo a dormire per quello che avevo appena sentito uscire dalla bocca di quel piccolo uomo. Ve lo ripropongo quindi così com’è nato.

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Daloa, 28 febbraio 2018

Arouna ha 11 anni. Li conta sulle dita delle mani, fino a 10, poi ne aggiunge uno. Si, ne è sicuro, ha 11 anni. L’età nel continente africano non è poi così scontata. Non tutti festeggiano il compleanno, a volte i genitori non ricordano nemmeno le date di nascita di tutti i loro figli. Quando possono mandarli a scuola li iscrivono all’anagrafe con l’età adatta per poter iniziare gli studi, spesso abbassando di molto l’età dei figli. Ma Arouna ha 11 anni, ne è sicuro. Va a scuola e come tanti suoi coetanei aiuta la famiglia a guadagnarsi da vivere. Fino a sera tardi lo si trova a fianco del padre, a sistemare pneumatici. Ed è proprio lì che l’ho incontrato, dopo aver atteso fino alle 21 che finisse di lavorare. Sulla carta i bambini godono di tanti diritti, i bambini vanno protetti. Ma la realtà qui è diversa, a volte cruda. Alcuni bambini devono lavorare per aiutare il padre a mantenere la famiglia, alcuni bambini lavorano perché è normale. Arouna è di etnia Malinké, di religione mussulmana e vive in Costa d’Avorio. Fin da piccolo, più piccolo, è in contatto con il denaro. Accompagna il padre al lavoro, lo sostituisce quando è assente e sa perfettamente quali sono le spese da coprire: mi dice che ogni mese il padre deve pagare 30.000 franchi CFA per l’affitto dell’officina, altri 30.000 per le bollette di casa sua e altrettanti per quella di sua zia. Conosce tutto, perfettamente, e ha le idee chiare: il suo sogno, come tanti, è di partire in Europa e di pagare ad almeno un familiare il viaggio a La Mecca.

L’ho aspettato guardandolo far rotolare dentro al garage gli ultimi pneumatici rimasti in strada, gli arrivavano alle spalle. Poi ci siamo seduti su una panchina e, raccomandandomi di parlare piano, ha iniziato a raccontarmi la sua storia. Non vuole che il padre lo senta parlare di questo, prova ancora troppa vergogna e sensi di colpa. Arouna è partito, come tanti suoi amici del quartiere: “Non è rimasto nessuno ormai e la vita è dura, è molto dura” – dichiara. Così un giorno ha deciso che se ne sarebbe andato anche lui, di nascosto dai suoi genitori che non glielo avrebbero mai permesso. Ha scassinato la cassa del padre e con quei pochi soldi è partito dicendo di andare solo fino a Yamoussoukro, a tre ore di strada, per poi tornare. Arouna aveva progettato tutto. È arrivato in Mali tranquillamente, sedendo in taxi in mezzo a due donne: nessuno avrebbe sospettato di lui, poteva essere loro figlio. Una volta arrivato in Mali ha contattato il suo passeur*, ed è lì che ha iniziato a capire che non era più un gioco. Gli servivano soldi, soldi per continuare la strada che lo avrebbe condotto verso il suo sogno, verso il cosiddetto Eldorado: l’Europa. Ha contattato i genitori dicendo che era partito e che gli servivano i soldi per pagare i passeurs. I legami familiari in questa comunità sono molto forti, per cui il padre ha fatto di tutto, si è indebitato con amici e parenti pur di far tornare a casa il figlio. Farlo tornare a casa, esatto, non continuare. Ma il sogno di Arouna è grande e neanche gli orrori che ha visto lungo la strada possono fermarlo. Ha avuto paura. Solo, riponeva tutta la sua fiducia nel suo cockseur**. Per questo, quando in Libia Arouna è stato preso ed il suo passeur è scappato con tutti i suoi soldi si è sentito tradito. Tutti i soldi che fino a quel momento il padre si era prodigato ad inviargli per farlo tornare erano andati persi. Era solo. In prigione in Libia razionava ogni giorno un pezzo di pane, che gli veniva dato a colazione per tutta la giornata. Un pezzetto a colazione, se era bravo un pezzetto lo teneva per pranzo e la sera un bicchiere d’acqua salata prima di dormire. Tre mesi. Ha passato tre mesi così. Poi è tornato grazie all’OIM***. La vita per Arouna ora continua come se niente fosse: scuola, lavoro. Non ne parla con nessuno. Non ha coraggio di parlarne né col padre né con la madre. Prova vergogna. Ha fatto perdere tutto, li ha fatti indebitare. Per cosa? Ha fallito. Non è neanche arrivato in Italia. Ma è diventato un uomo.

*Chi guida i migranti clandestini nel passaggio della frontiera, dietro compenso; trafficante
**Trafficante
***Organizzazione Internazionale per le Migrazioni che si occupa anche di ritorni volontari assistiti e reintegrazione (RVA&R)

CDA

ANEDDOTO

Durante il nostro incontro Arouna si ricordava e ripeteva tutti gli insulti in arabo che gli venivano rivolti, imitava il rumore degli spari dei kalashnikov, si ricordava la paura provata, gli amici conosciuti lungo la strada e lasciati indietro, i morti. Non una lacrima nel raccontare la sua storia. Occhi lucidi ma fieri, determinati e pronti a rivivere tutto ciò se necessario. Perché in cuor suo aveva fallito e doveva solo vergognarsene. Un bambino di 11 anni che parla come un uomo. Arouna non aveva sogni, se non quello di raggiungere l’Europa a tutti i costi.

A novembre mi sono imbattuta in un articolo di RTBF.be che riportava le testimonianze di alcuni migranti di ritorno di Daloa. Quando ho visto quel faccino a inizio articolo non potevo crederci. Arouna è stato intervistato dall’emittente belga, che in una decina di righe ha riassunto la sua storia. Ma sapete cosa mi ha fatto sorridere ancor di più che rivedere quell’ometto tanto fiero? Che alla fine dice di voler diventare pilota di aereo!

Vedete, quando ci ho parlato era la prima volta che anche l’operatore dell’ONG che mi accompagnava sentiva questo ragazzino. Alì, da bravo comunicatore, più volte aveva cercato di spiegare ad Arouna che per andare in Europa doveva avere un obiettivo: doveva studiare e poi ci sarebbe potuto andare con una borsa di studio o con un visto per realizzare il suo sogno. Quindi doveva prima di tutto pensare a cosa avrebbe voluto fare da grande: compito non facile per un bambino nato tra le distruzioni della guerra civile, senza immaginare altro che vada oltre al lavorare a fianco del padre per guadagnarsi da vivere. Ali, però, in quel momento gli dice che lui da grande avrebbe voluto fare il pilota di aerei e che stava studiando per diventarlo prima che la guerra civile infrangesse questo suo sogno. Già, il pilota di aerei. Proprio come dichiara Arouna nell’intervista avvenuta a cinque mesi dalla nostra conversazione! Forse può sembrarvi insignificante ma credetemi che quelle poche righe mi hanno riempito il cuore. Alla fine ai bambini basta poco, basta trovare un modello, un eroe che faccia credere loro nei sogni e in un futuro migliore.

Arouna con il suo eroe Ali

Arouna con il suo eroe Ali

Vari

Vari

Avventurosa esploratrice sempre in cerca di cose da fare. Laureata in Diplomazia e Cooperazione Internazionale, è in cerca della retta via (che esista veramente?). Amante della pallavolo, il divano non le è amico: sempre attiva e alla ricerca di nuove avventure. Curiosa ed irrequieta, la comodità non è ciò che le interessa. Si adatta a qualsiasi situazione ma in tuta e a piedi nudi si trova maggiormente a suo agio.
Vari