Per fortuna non si tratta del cine-panettone di quest’anno. Questo è il racconto di un Natale casuale e diverso, che rimarrà un ricordo indelebile nella mia memoria. Nel 2013 non ho partecipato al classico pranzo o cenone natalizio in famiglia, ma assieme a Vale, mia carissima amica e una delle migliori compagne di viaggio possibili, e a un ragazzo uruguayano conosciuto pochi giorni prima, ho trascorso la notte di Natale assieme a una famiglia Hmong nel nord del Vietnam, in un villaggio di montagna a poche ore di cammino da Sa Pa.

Il cenone di Natale vietnamita

Il cenone di Natale vietnamita

Quell’anno Vale si trova per motivi di studio a Bangkok e le prometto che andrò trovarla. Ma non è stato così semplice. Nel mio periodo di ferie lei era in viaggio per il sud-set asiatico e quindi ci siamo dati appuntamento in un ostello di Hanoi, capitale del Vietnam. Per fortuna non ci sono stati intoppi e festeggiamo con birra vietnamita il nostro incontro. Tra gli altri, un nostro compagno di stanza è Jorge (ve ne ricordate? Nel 2015 sono poi stato a trovarlo a casa sua in Uruguay) e ci sta subito molto simpatico, tanto che ci diamo appuntamento tre giorni dopo a Sa Pa.

Affidiamo il nostro successivo incontro al caso, senza scambio di cellulari o altri contatti. Ma il destino ha facilitato il compimento della nostra promessa: non appena Vale ed io arriviamo a Sa Pa, lo incontriamo in piazza, alle prese con alcune donne del luogo. I tradizionali vestiti neri delle tribù Hmong sono adornati dai colori vivaci delle sciarpe, delle fasce e di altri accessori. Jorge è arrivato il giorno precedente, ma ormai è già di casa in questa cittadina vicina al confine con la Cina. Nel frattempo ci ha fatto da agente di viaggio e ci espone il programma per i giorni seguenti: dormiremo la prima notte a Sa Pa in un ostello che realizza attività in comune con un orfanotrofio e poi saremo ospiti di una famiglia Hmong in montagna.

Le due gemelline

Le due gemelline

La prima delle due notti è stata resa indimenticabile dalle piccole che abbiamo chiamato Straw e Berry: sono loro due che incredibilmente danno un supporto nella gestione tecnica dell’ostello. E subito mi rinominano Yuab Tsua – ovvero canna da zucchero in lingua hmong – vista la mia altezza.

Il giorno seguente al mattino incontriamo Sun, o meglio Mama Sun come la chiameremo fino al nostro addio. Lei, molto bassa e dai lineamenti scavati lungo il viso che la fanno sembrare più vecchia di quanto non sia, è la persona che si è presa cura di noi per due giorni. Parla inglese e ci capiamo senza grossi problemi. Ci mettiamo in cammino e in alcune ore attraversiamo terrazzamenti coltivati a riso e alcuni villaggi, mentre facciamo fugace amicizia con uomini al lavoro e bambini intenti a giocare nel fango.

Arriviamo nel pomeriggio nel suo villaggio e ad accoglierci nella loro casa di legno ci sono i figli di Mama Sun. Poco dopo, di ritorno dal lavoro tra le montagne, arriva anche Papa Cè. Lui l’inglese non lo parla ed è abbastanza taciturno. I bambini sono incuriositi dal mio telefono e imparano ad utilizzare lo schermo touch scorrendo immagini. Non appena prendiamo confidenza con il luogo che ci avrebbe accolto fino all’indomani, Mama Sun ci annuncia che la cena è pronta. Noi allora ci rendiamo conto che è il 24 dicembre e quella che per loro è una cena normale arricchita da ospiti stranieri, per noi è il cenone di Natale: di certo uno molto diverso dal solito.

Ci sediamo su sedie di plastica attorno al tavolo basso al centro della stanza principale della casa, adornato da sacchi di riso. Papa Cè mangia poco e velocemente. Noi stiamo ancora gustando il riso, il tofu e le verdure cotte che lui si alza e da un armadietto prende una bottiglia con un liquido trasparente. Si tratta di un distillato di riso, o happy water – acqua felice – come ce l’ha ribattezzata in seguito Mama Sun. Da buon friulano accetto subito l’invito a un bicchierino: del terzetto divento subito il suo preferito. Così passiamo ore nel tentativo di comunicare, tra difficoltà linguistiche e la facilitazione resa possibile dall’acqua felice. Il suo affetto viene testimoniato da baci al mio collo, che io devo abbassarmi per ricevere. Tra i Hmong del nord del Vietnam questo è un gesto di amicizia.

Ricordo che la notte fu piuttosto fredda, tanto che Vale, Jorge ed io dovemmo dormire uno vicino all’altro per riscaldarci. Ma di quella notte ricordo il calore. Il calore derivante dagli abbondanti bicchierini di acqua felice e quello da un’atmosfera natalizia così insolita, ma così speciale. Il mio Natale in Vietnam.

Papa Cè e la sua figlia più piccola

Papa Cè e la sua figlia più piccola

Un'imbronciata bimba Hmong

Un’imbronciata bimba Hmong

Gli scaldacaviglie delle donne Hmong

Gli scaldacaviglie delle donne Hmong

 

Markin

Markin

Amante della libertà, ma indissolubilmente legato all'amato Friuli. Gran sognatore, ma con i piedi ben fissati a terra. Analizza le situazioni razionalmente, ma prende le decisioni d'istinto. Dalle apparenze tranquille, ma in uno stato di continua irrequietudine.
Insomma, un bel casino. Prova a schiarirsi le idee viaggiando.
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