I Torzeons

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Venezia sotto i piedi

Conosco una persona che vive a Venezia da anni, che quando mette piede sulla terraferma trova che lì il suolo abbia qualcosa di diverso, ne è sicura. È una sensazione difficile da spiegare, dice. A Venezia, dice, cammini “sul morbido”, sulla terraferma no.

Sarà forse perché a Venezia la terra sotto i piedi di fatto non c’è: si cammina su pietre (i masegni), che poggiano su strati di sabbia, legno e fango di laguna. A proposito: pare non sia vero che Venezia è fondata su una selva di pali di legno. O meglio, è vero solo in parte: solo gli edifici più ricchi lo sono. Tutto il resto poggia su più economiche zattere orizzontali. Una città che sta sopra un materiale come il legno, che a sua volta è a contatto con il fondale fangoso, non può essere che una città mobile, una superficie in un certo senso “morbida”. Venezia deve assecondare continuamente i movimenti della laguna: ed è per questo che non vi troverete mai un muro verticale, un pavimento esattamente orizzontale o un foro di una porta che sia un rettangolo perfetto. Fateci caso: Venezia è un campionario di rotture e rattoppi, di fessure e tiranti, di stratificazioni temporali e materiali. Venezia si piega in continuazione, si modifica, si fa storta, ma quasi mai si spezza. La sua forza (e, per quanto mi riguarda, il suo fascino) risiede nel suo essere così splendidamente flessibile. Elastica. Così poco rigida da far percepire, ad un piede sensibile e allenato, il movimento di quel fondale limoso.

E siccome a Venezia, come saprete, si può girare solo camminando (anche in barca e vaporetto, certo. Ma questa è un’altra storia), qui i piedi giocano un ruolo non da poco: non solo sono mezzi di locomozione ma diventano appendice sensoriale, mantenendo una funzione tattile, recettiva, che altrove si è completamente persa. I Veneziani sono abituati a sentire con i piedi, è un dato di fatto. Riescono ad accorgersi che l’inclinazione degli scalini di un ponte è cambiata (lo giuro, anzi, lo giurano: dopo il restauro, il ponte di Rialto non è più lo stesso, se ci cammini te ne accorgi che l’angolo che il tuo piede deve affrontare ora è diverso…). Riescono a percepire la lieve inclinazione di un pavimento solo camminandoci sopra, e, quando me lo fanno notare, non posso fare a meno di rendermi conto che io, ragazza di terraferma, ai piedi, mentre cammino, non ci penso nemmeno.

Fare attenzione a dove si mettono i piedi, a Venezia, è questione di primaria importanza. Questa raccomandazione che mamme e nonne ripetono a tutti i bimbi, mette in realtà in guardia grandi e piccini da un rischio a dir poco diffuso: l’atterraggio sulle cacche di cane, di cui Venezia è sempre e riccamente costellata. Se gli abitanti sono relativamente abituati ad esibirsi in rapidi slalom, i turisti e i visitatori, non allenati allo stesso modo al gioco di piede e avanzando naso all’insù, ricamano loro malgrado i masegni di frequenti scie marroncine. Devo però sfatare un mito: se vi dovesse capitare, questa piccola disavventura di piede non aiuterà granchè la vostra fortuna; a nulla servirà la magra consolazione del “porta bene” se non farete attenzione ad un altro particolare. Vi racconto infatti ora una curiosità: passeggiando per le calli di Venezia potreste imbattervi in dei masegni sui quali assolutamente non dovete camminare. I Veneziani sanno bene quali sono e li evitano accuratamente. Perché? Perché calpestarli porta sfortuna. Sono di solito delle pietre più grandi, ma null’altro vi è a segnalazione di questi temibili oggetti. L’unico modo per venirne a conoscenza è farsi rivelare il segreto da qualche Veneziano che magari saprà anche raccontarvene la storia. Quello che posso rivelarvi io, è che ce ne sono due vicino a Campo San Polo, in prossimità di un sottoportico. Facile riconoscere subito un abitante rispetto a un turista: è quello che li schiva, ridendo in faccia alla sfortuna.

Senti come le dita dei piedi si rifanno prensili sui gradini dei ponti, si aggrappano in salita sugli spigoli, consunti o squadrati. Le piante frenano in discesa, i talloni inchiodano. Usa calzature leggere, con la suola sottile, né scarponi post-punk né scarpe da ginnastica gonfie di vesciche gommose: niente imbottitura interna spugnosa. Ti propongo questo esercizio spirituale: diventa piede.

Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce

 

Kiara

Kiara

Architetto, un po’artista dai pensieri contorti che tenta di sciogliere meditando.
Le piace puntare in alto, soprattutto in montagna dove non si sente soddisfatta se non raggiunge la cima.
Considera la lentezza una virtù (mai metterle fretta!), e potrebbe passare le ore a conversare: meglio se davanti ad una tazza di tè verde o a un buon bicchiere di vino rosso.
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Comments

  1. Laure

    Chiara, un’unica parola: bravissima!
    Ho viaggiato nella mia città leggendo il tuo testo! Grazie Nina!

  2. Mauro

    Avevo notato la sua originalità sulle porte e finestre ma pensavo fosse semplicemente opera di un lavoro fai da te

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