Ci siamo lasciati mentre mi facevo cullare dal battito regolare sulle rotaie del treno diretto a Dunhuang, nel mezzo della Cina. In questa ultima parte del racconto lungo la Via della Seta vi porto all’ingresso della Cina antica, la porta di Giada, all’uscita del deserto del Taklamakan (siamo quindi nella parte nord-occidentale della Cina subito sotto alla Mongolia). Da qui ci spostiamo verso l’Oasi della Luna Crescente nel deserto dei Gobi per una passeggiata sulle dune che cantano (Mingsha Shan). Da qui poi, ripassando per Dunhuang, riscendiamo verso Lanzhou passando per le montagne colorate di Danxia. A Lanzhou l’aereo ci porta a Pechino dove termina questa breve ma intensa avventura. Attenzione, è una storia un pò più lunga delle altre; per cui, mettetevi comodi…

Preghiere

Preghiere nel deserto

Capitolo 6. Deserti e lunapark per turisti

Alle 6:30 di mattina scendiamo dal treno alla stazione di Dunhuang, nome che in cinese significa “faro scintillante”. Marco Polo racconta che dopo 30 giorni di deserto, all’uscita dello stesso, arriva nella città di Sachion, nella provincia del Tangut (il Gansu di oggi). Sachion oggi é Dunhuang, in quel periodo era parte dell’impero mongolo, oggi è una città han. Per i viaggiatori da occidente arrivare a Dunhuang significava essere sopravvissuti al temuto deserto del Taklamakan che in lingua Uighur significa “ci entri dentro e non ne esci mai”. Ci accordiamo con una taxista per visitare le Grotte di Mogao, ma prima troviamo un hotel in centro dove lasciare gli zaini. Giunti alla biglietteria restiamo scossi dal prezzo elevato del biglietto (200 yuan, circa 30 euro a testa). Date le sensazioni che suscita in noi il luogo, ovvero quelle di una grande trappola per turisti, decidiamo di cambiare programma. Un tempo le carovane passavano per Mogao per garantirsi la protezione divina lungo il viaggio, e in queste grotte furono trovati rari manoscritti e antiche pitture buddiste. Il nostro viaggio prosegue invece verso il deserto del Gobi, per circa 70 km verso il passo della porta di Giada (Yumen Guan). Un ora di viaggio in mezzo al deserto sotto un cielo plumbeo, vento e sabbia. Tiziano Terzani descrive il Gobi con queste significative parole: “un uomo potrebbe camminare per giorni e giorni nella stessa direzione senza incontrare nient’altro che la propria morte”.

Nel mezzo del deserto con il taxi

Nel mezzo del deserto con il taxi

I viaggiatori diretti verso i territori occidentali lasciavano la Cina attraverso questo passo che deve il suo nome all’intenso commercio di giada. La porta fu costruita dalla dinastia Han nel primo secolo avanti Cristo e oggi rimane poco più di un cubo di terra battuta. Non più puzza di cammelli, non più urla di mercanti. Solo silenzio. La prima tappa é ai resti della città di Hecang Cheng, rovine di mura gialle di terra battuta nel mezzo del deserto. Un tronco secco a forma di Y fa da monito ai viaggiatori.

Hechang Cheng

Hecang Cheng

La seconda tappa é la porta di giada. La giada (yu in cinese) é un minerale di colore verde. La guida a Dunhuang, quella stessa sera, mi spiegherà che quella più pregiata é d’un verde intenso. Un tempo solo l’imperatore poteva bere da un bicchiere di giada che si dice possegga proprietà salutari; è inoltre magnetica, si può quindi riconoscerla avvicinandole una calamita.

Poco lontano i resti dell’inizio della Grande Muraglia, costruita in terra battuta, ricordo di un confine con le tribù occidentali, gli Unni ed i Mongoli. Una barriera tra la Cina ed il resto del mondo, mura, torri di guardia e fortificazioni. Per costruirla ci misero più di un millennio e cominciarono da qui, dalla parte occidentale. Un muro nel deserto.

Un muro nel deserto

Un muro nel deserto

Sono le 17 e chiediamo al tassista di fare dietrofront, torniamo verso Dunhuang, verso l’oasi della luna crescente (Yueyaquan), un’oasi a forma di mezza luna in mezzo al deserto dei Gobi, un lunapark cinese. All’arrivo mi sembra di essere a Gardaland, indicazioni, strade pavimentate, molti turisti che sgambettano con le ghette arancioni fluorescenti ai piedi e le mascherine sul volto. Nell’oasi c’è il Wi-Fi. Carovane di cammelli con il carico pagante si inerpicano sulle dune. Tutto sembra inverosimilmente finto, ma le dune di sabbia chiara sono vere e sono alte anche 50 metri. Ci sediamo per una pausa riflessiva con una birra Lanbaoshi, le birre cinesi sono molto leggere, sgranocchiando semi di girasole. L’unica soluzione é salire una duna. E così facciamo, aiutati da una scaletta di corda tesa lungo il versante saliamo su; si fa sera e il parco giochi comincia a svuotarsi e un’aria magica subentra al chiasso dei turisti. Si alza anche il vento del deserto e con lui la sabbia che entra tra i vestiti. Queste dune si chiamano Mingsha Shan ovvero le montagne che cantano per il suono che produce questa sabbia alzata dal vento.

Ricordi lontani nel tempo

Ricordi lontani nel tempo

L’ultima oasi per chi andava verso l’Oriente, la prima per chi andava verso occidente. Al tempo di Polo qui gli abitanti coltivavano la terra e anche oggi possiamo ammirare lungo la strada molti campi di vite. Cala il sole sull’oasi e mi lancio di corsa, come uso fare sui ghiaioni dolomitici, giù per le dune saltando più alto che posso, con le scarpe prima e a piedi nudi poi. La discesa rinvigorisce l’animo.

L'oasi della luna crescente

L’oasi della luna crescente

Capitolo 7. L’uomo che parlava inglese.

Sono le otto di sera quando rientriamo in hotel. L’incognita del viaggio: dopodomani alle 10 di mattina abbiamo un aereo che da Lanzhou deve riportarci a Pechino. Dobbiamo trovare un modo per tornare a Lanzhou. Comunicare con i tassisti che non parlano una parola di inglese é impossibile. L’autista del taxi che ci ha condotto fin qui chiama una guida locale che parla inglese. É un ragazzo sveglio sui trent’anni. Ci fa da interprete e spiego a lui il piano del rientro, partenza all’alba (scopriamo che i taxi non possono viaggiare tra l’una e le cinque di notte), visita alla fortezza nel deserto di Jiayuguan, di corsa fino alle montagne colorate di Danxia e arrivo in serata a Lanzhou. La guida ci consiglia di saltare Jiayuguan e così la assecondiamo. Dopo una lunga discussione con guida e autista salta fuori un minivan e un pilota disposto al sacrificio. É fatta e sono le 11 di sera. Chiedo ovviamente alla guida di venire a cena con noi e accetta volentieri, si sente onorato di conoscere dei compaesani di Marco Polo.

Mi spiega l’origine del suo nome e di come molti nomi cinesi siano originati dal nome del padre e da un’aggiunta che é funzione del paese dove sono nati. Gli racconto il viaggio e mi guarda stupito per i nostri spostamenti. Mangiamo ravioli e noodles, birra fresca e tè caldo, e lui mi racconta della sua Cina. Ci invita a provare un piatto locale vegetariano il cui nome significa “senza soldi”. Ci sono tre motivi per cui i cinesi lo mangiano, mi spiega: uno, la sua origine é negli anni ’70 quando la regione si era fortemente impoverita per ripagare i debiti alla Russia che aveva investito nella Cina comunista di Mao. Due, é naturale e non contiene chimica, cosa al tempo rara nei cibi cinesi dato l’alto utilizzo di prodotti chimici nel boom della crescita economica. Tre, non lo ricordo, per cui mangio e basta. Dopo la cena facciamo due passi al mercato notturno di Dunhuang, il ragazzo fa riaprire un negozio di giada solo per noi, e mi aiuta a scegliere un bicchiere di giada, qui ci puoi bere il tè e il caffè, mi dice, fa bene alla salute. Lo salutiamo davanti all’hotel e ci scambiamo i numeri di telefono: “Se un giorno capiti in Italia mi puoi chiamare”. Alla fine ci è stato di molto aiuto.

Capitolo 8. Le montagne colorate.

Alle 5 di mattina carichiamo gli zaini sul minivan che ci aspetta e partiamo. Dopo circa sette ore di viaggio arriviamo nel parco di Danxia, a nord di Zhangye, lungo la catena montuosa del Qilian Shan. Questo parco sta divenendo una grande attrazione turistica, negli ultimi anni infatti il governo cinese ha investito milioni di yuan sul sito, già oggi l’impressione dell’ingresso è nuovamente quella di un grande parco giochi. Ma è ancora una parziale illusione e speriamo che non diventi realtà. Un bus ci porta lungo il percorso fermandosi in 4 punti da cui si dipartono dei sentieri e delle terrazze panoramiche. La vista, i colori, e le striature sono meravigliose. L’ultima fermata ci regala la vista più suggestiva sulle montagne del parco.

Le montagne arcobaleno di Danxia

Le montagne arcobaleno di Danxia

Terminato il giro pranziamo in un locale nei pressi dell’ingresso e ne approfittiamo nuovamente per preparare un caffè entrando in cucina tra la curiosità e lo stupore delle due cameriere. Alle 16 riprendiamo l’auto verso Lanzhou. Riusciamo a convincere l’autista ad una sosta rapida a Wuwei, una piccola cittadina da 1,8 milioni di abitanti. Qui fu rinvenuto il cavallo galoppante in bronzo, posato su una rondine in volo, realizzato al tempo della dinastia Han. Visitiamo il parco centrale della città dove alcuni cinesi fanno ginnastica al ritmo di musica.

Riprendiamo nuovamente il taxi e concludiamo questa lunga traversata lungo la via della seta arrivando a Lanzhou a mezzanotte. Ci sistemiamo in un hotel nei pressi dell’aeroporto pronti per l’indomani.

Capitolo 9. Il grande muro.

L’aereo è in perfetto orario e a mezzogiorno siamo nuovamente nell’aeroporto di Pechino. Uno degli zaini è rimasto bloccato a Lanzhou a causa di un power bank non trasportabile. Ci accordiamo con un servizio trasporti per un minivan diretto alla grande muraglia, il sito prescelto è quello di Mutianyu eretto a 70 km a nord est di Pechino con lo scopo di proteggere la città stessa e le tombe imperiali. Costruita 7 secoli dopo la muraglia di Dunhuang, durante la dinastia Qi, fu ultimata durante la dinastia Ming. Il nome cinese della muraglia è Wan-li Cheng – la muraglia dei 10.000 Li. Il Li è un’unità di misura cinese pari a 500 m. Dovrebbe essere dunque lunga 5.000 km.

Da solo sulla Grande Muraglia

Da solo sulla Grande Muraglia

Ci arriviamo verso le quattro di pomeriggio e saliamo alla torre n° 15 della muraglia attraverso una funivia arancione. A quest’ora i turisti sono pochi e nel giro di un’ora rimaniamo da soli con il grande muro.

C’è afa e un cielo bianco incornicia la muraglia e la vegetazione lussureggiante, tanto da confondere il sole con la luna. La muraglia si snoda sulle creste delle montagne a perdita d’occhio. Percorriamo le torri. Mi stacco di qualche metro dal gruppo, il silenzio è assoluto. Camminiamo fino alle 20 di sera, ora in cui ritorniamo all’aeroporto a recuperare il bagaglio e poi da qui con un taxi dritti in centro in cerca di un hotel nei pressi della città proibita. Troviamo un ostello (Albora Hostel) in un hutong e andiamo a cena, un “pot” in mezzo alla tavola con dentro una brodaglia mista funghi, pesce e carne. Ci intingiamo dentro una specie di prosciutto e del bacon con le bacchette e mangiamo, accompagnando con il riso colloso cinese.

Capitolo 10. Pechino.

Entrare a Pechino dopo aver letto Terzani ha un altro sapore. Secondo la leggenda fu un monaco taoista sceso dal cielo a consegnare all’imperatore Ming Yung Lo il piano della città. Spiega Terzani in La porta proibita: “Pechino fu la realizzazione in pietra di quello che era l’ordine cosmico del tempo. Ogni edificio era in una posizione studiata: l’Altare del Sole nella parte orientale della città, quello della Luna nella parte occidentale, il Tempio del Cielo a sud, bilanciato da quello della Terra a nord. Al centro di tutto la città proibita, il Grande Interno, come veniva chiamato questo cuore della Cina, il centro del centro del mondo, la sede dell’imperatore da cui emanava ogni forma di potere”.

I pai-lo distrutti, le mura della città distrutte, la tartaruga della porta di Hata per secoli guardiana del drago che voleva inondare la città, sparita. Pechino doveva essere una meraviglia.

Gli hutong di Pechino hanno un aspetto misero e caotico. Alcuni sono stati rimodernati. Alcune aree della città come la strada Liu Li Chang e gli hutong ad essa adiacenti sono stati ripuliti e sistemati, ma il resto rimane disordine. Per uno spaccato su quello che era Pechino prima di Mao e su un’ancora attuale profilo della città e della Cina, vi consiglio la lettura del testo di Terzani citato precedentemente.

Scorcio su un hutong di Pechino

Scorcio su un hutong di Pechino

Alle 10 di mattina varchiamo la soglia della Porta Proibita sotto l’ultimo ritratto di Mao. Mura color sangue di bue, smalti verdi e dorati, draghi, e migliaia di turisti. Attraversiamo porte dai nomi soavi: porta di mezzogiorno, porta dell’armonia suprema, porta della purezza celeste. La maestosità ci lascia senza parole. Pranziamo nella città proibita prima di ritornare fra la polvere degli hutong.

Ingresso alla Città Proibilta

Ingresso alla Città Proibilta

La sera sperimentiamo la famosa anatra laccata alla pechinese, servita in molti ristoranti delle vie del centro. La servono insieme a del pane simile a delle piadine sottilissime, ci mettiamo dentro i bocconi di anatra e restiamo piacevolmente sorpresi da questa leccornia. Liu Li Chang Street è una via turistica, piena di negozi e ristoranti. Facciamo shopping di seta al Refosian, un negozio fondato a metà dell’800 che tutti i cinesi fotografano. Alle 10 la strada è deserta, le serrande sono chiuse e ci cacciano dal ristorante. Prendiamo la metro verso Xisi e andiamo a letto. Si avvicina l’ultimo giorno del viaggio.

La famosa anatra alla pechinese in vetrina

La famosa anatra alla pechinese in vetrina

L’ultimo giorno vale il viaggio. Siamo al tempio del cielo, Tiantan. La terra è quadrata e il cielo è rotondo. Così fu che i cinesi costruirono un tempio rotondo su un basamento quadrato. Ogni solstizio d’inverno il figlio del cielo, l’imperatore, presidiava i sacrifici al dio del cielo, il dio più importante della religione taoista.

Oltre il muro, il Tiantan

Oltre il muro, il Tiantan

Dopo la visita del tempio facciamo tappa nel mercatino d’antiquariato più grande di tutta l’Asia: Panjiayuan, 5 km a piedi dal tempio del cielo. Più di seicento bancarelle, colori, odori, pietre preziose, talismani, mobili, gioielli e anche statue di 5-6 metri tra migliaia di cinesi che guardano incuriositi, trattano e acquistano. Fatte le compere, rientriamo con la metro nel pieno centro e girovaghiamo liberi tra gli hutong, coi sorrisi dei cittadini. Entriamo in qualche casa. Rubo una foto a una bimba che sorride sulla soglia della porta di casa e si nasconde dietro i racchettoni da beach tennis. Siamo nel caochang hutong, un hutong di 340 metri che in cinese significa il magazzino della paglia. Torniamo sulla Liu Li Chang Street e avanziamo verso la metro di Caishikou, a un certo punto riappaiono le buche sulla strada, le insegne dei vecchi negozi, lavandini accumulati al centro di un incrocio, biciclette e motorini. La strada dei turisti ritorna strada dei pechinesi e la modernizzazione avanza piano piano nel ciarpame. E noi ce ne andiamo a dormire sul letto dell’ostello, nel cuore di Beijing.

Il tempio del cielo

Il tempio del cielo

Epilogo

È difficile capire cosa sia la Cina oggi. Risultato di millenni di storia, connubio di diverse culture, Rivoluzione Culturale, standardizzazione. È difficile capire oggi i cinesi, popolo semplice e sorridente, ma difficile e chiuso al tempo stesso. Per anni il contatto tra cinesi e stranieri è stato vietato, ma oggi i giovani hanno superato questo modo di pensare e le persone che ho incontrato lungo il viaggio mi hanno quasi sempre aiutato. Quasi nessuno parla inglese e la comunicazione è stato il punto più precario del viaggio, ma sarà così ancora per poco.

Porterò con me i sorrisi dei bambini tibetani e delle donne anziane in preghiera lungo il kora, i sapori dei cibi che ho mangiato, l’odore del deserto e il ricordo di una Pechino che non c’è più ma i cui segni sono rimasti negli angoli degli hutong e nelle pietre dei templi.

È il 7 maggio, compilo i foglietti gialli per la partenza mentre sono in fila per i controlli della sicurezza. Ordine e disciplina. Salgo sull’aereo che mi riporta a casa e torno alla vita quotidiana.

Fine.

Gio

Gio

Ingegnere, ricercatore, sognatore, un mix di storie. Ama la montagna ma, da quando vive a Trieste, ha realizzato che anche il mare ha il suo perché! È un essere irrequieto ed ama viaggiare, quasi sempre in compagnia, giocare a briscola e raccontarsi l’ultima al bar, davanti a un calice di buon vino. Come quella volta che…
Gio

Latest posts by Gio (see all)