Il racconto continua: ci eravamo lasciati all’uscita del ristorante di Linxia, adesso vi porto a scoprire un piccolo monastero tibetano disperso in una insenatura del fiume giallo e poi prendiamo il treno notturno per Dunhuang, la vecchia porta d’ingresso alla Cina lungo la Via della Seta.

Un tempio del complesso di Bingling si

Un tempio del complesso di Bingling

Capitolo 4. Il piccolo monastero.

La sveglia suona sempre all’alba. Sono le sei e siamo già in strada alla ricerca di un taxi. La direzione questa volta punta verso l’imbarcadero di Donggan, attraverso strade poco battute e chiedendo più volte informazioni ai locali. L’imbarcadero è un piccolo molo di legno con attraccata una grande chiatta rossa. Ci viene incontro un ragazzo sui 40 anni sveglio, abbronzato e sorridente, capisce al volo le nostre intenzioni e ci fa da intermediario con i taxisti. Gli diamo appuntamento affinché ci recuperino qui tra 5 ore. “Okay” esclama il nostro barcaiolo. Poggiamo gli zaini in una rimessa con annessa la cucina e non posso fare a meno di notare il bollitore fumante che scalda l’acqua. Sono le sette di mattina e prendiamo posto nel motoscafo dalla livrea “Alitalia”. Il viaggio fino alle grotte di Bingling andata/ritorno costa 700 yuan.

Alba sul lago nei pressi di Bingling

Alba sul lago nei pressi di Bingling

Si parte a manetta verso l’insenatura del Fiume Giallo (Huang He) che ci porta verso le grotte dei mille Buddha (Bingling si). Sbarchiamo ed entriamo nel parco. Camminiamo lungo un percorso che in pochi minuti ci porta al cospetto di Maitreya, il Buddha del Futuro, alto 27 metri, incastonato nella parete rocciosa. La profezia della venuta di Maitreya è presente in tutte le tradizioni buddhiste, egli sarà l’ultimo Buddha a comparire sulla Terra: otterrà l’illuminazione completa, insegnerà il puro Dharma e sarà destinato ad essere “re del mondo” (cakravartin), unendo tutti i fedeli delle varie scuole buddiste.

Il buddha del futuro

Il buddha del futuro

Dopo aver superato il Buddha scendiamo nel canyon in direzione di un piccolo monastero tibetano mal indicato su un cartello di legno. Percorriamo qualche metro e ci viene incontro un Iveco bianco senza finestrini che ci porta fino all’ingresso del monastero. Siamo gli unici a varcare la soglia del monastero per oggi. I colori vivaci e gli intagli nel legno mi colpiscono. Al centro del cortile un braciere da cui si leva un fumo profumato. In una stanza due signore lavorano, mentre un anziano dalla barba bianca e gli occhiali fatti a mano vaga per il cortile guardandoci incuriosito.

Un anziano dagli occhiali fatti a mano

Un anziano dagli occhiali fatti a mano

Una delle donne ci fa il gesto di mangiare, e noi ovviamente acconsentiamo. Compaiono un piccolo tavolo e cinque sgabelli. Arriva il tè e un pane azzimo bianco, spennellato di un giallo vivo. Mangiamo e ringraziamo per l’ospitalità. Ci godiamo per qualche istante l’atmosfera di tranquillità che caratterizza il luogo. Spenderei più che volentieri una notte in questo luogo e con queste persone, ma purtroppo dobbiamo andare avanti. Il barcaiolo ci sta aspettando giù al fiume.

Il piccolo monastero

Il piccolo monastero

Lo raggiungiamo di corsa, e sempre a pieni giri sfrecciamo sul lago fino all’imbarcadero. É l’ora di pranzo e ci sistemiamo sulla banchina in mezzo ad altre due famiglie cinesi intente a pasteggiare. Tavoli di plastica e vecchie sedie di plastica che si rompono sotto il peso dei commensali (ne saltano due in pochi minuti). Noto in un angolo della chiatta un ammasso di sedie e tavoli rotti. Ci portano due piatti di noodles: degli spaghetti gommosi con i germogli di soia.

Al termine del pasto Gigi estrae dallo zaino la moca e il caffè mentre Jordan, un altro compagno di viaggio, recupera lo zucchero (ha anche quello di canna). Carichiamo la moca e andiamo verso le cucine. Dove prima c’era il bollitore con l’acqua calda ora c’è una pignatta con dentro della carne a lessare, la fiamma è alta ma proviamo a metterci sopra la moca. I gestori ed il nostro barcaiolo ci guardano sorridenti e ci aiutano a posizionare la moca facendoci un sacco di foto. Dopo un po’ decidiamo di entrare in cucina e spostiamo la moca sui fornelli, anche questi ovviamente a fiamma alta poiché dedicati all’utilizzo dei wok. La cucina é in ordine. Devo confessare che ho sempre mangiato bene e trovato tutte le cucine in buono stato in questo viaggio. Appena pronto il caffè lo offriamo ai giovani intorno a noi e al barcaiolo che sembrano apprezzare, ovviamente zuccherato.

Un sacco di bambini dai lineamenti tibetani scorrazzano e giocano in riva al lago. Arrivano i taxi e dobbiamo salutare questo luogo di pace, con il cuore ricolmo dei sorrisi dei bambini e delle persone.

Capitolo 5. Quel treno per Dunhuang.

La stazione ferroviaria di Lanzhou é lontana, ci vogliono tre ore per raggiungerla da Bingling soprattutto a causa del traffico che intasa le arterie principali della città. Il taxi danza leggiadro tra i motorini, i carretti e le corriere ma avanza lentamente. Per fare 10 km ci mettiamo più di un’ora e, alla fine, bloccati da un mercato sorto in mezzo alla strada, scendiamo dall’auto e facciamo l’ultimo chilometro a piedi con gli zaini in spalla. Lanzhou é una città di 3,5 milioni di abitanti e, sebbene un tempo fosse considerata la città dell’oro per la sua posizione strategica lungo la via della seta, oggi é un accozzaglia di cemento e grattacieli fatti con lo stampino.

Il mercato di Lanzhou nei pressi della stazione

Il mercato di Lanzhou nei pressi della stazione

Arriviamo in stazione con un’ora di anticipo sulla partenza. I biglietti li avevamo acquistati prima di partire ed erano accompagnati da una guida in inglese di sette pagine con le istruzioni per prendere il treno, istruzioni che ovviamente nessuno di noi aveva letto. Passiamo comunque i controlli all’ingresso della stazione, facciamo un po’ di rifornimenti per il viaggio e cerchiamo il binario. Una ragazza di vent’anni mi viene incontro nella hall della stazione, guarda il biglietto e mi dice di seguirla, sta prendendo lo stesso treno. Parla un po’ di inglese e questo è d’aiuto. Ci conduce sani e salvi al binario; lei è al vagone 6, noi siamo al 12. Una hostess in divisa rossa é immobile in fronte alla porta di ogni carrozza. Abbiamo una cuccetta a letti morbidi, anche se ero tentato di viaggiare su una carrozza a letti duri, ma per questa volta, siccome vogliamo dormire un po’, ci trattiamo bene. Davanti a noi 1000 km in linea retta su per il corridoio di Hexi.

Il deserto lungo il corridoio di Hexi, l'altipiano del Tibet sullo sfondo

Il deserto lungo il corridoio di Hexi, l’altipiano del Tibet sullo sfondo

Il corridoio di Hexi è un lungo e stretto passaggio che partendo da Lanzhou arriva sino alla Porta di Giada al confine fra Gansu e Xinjiang, circondato dall’immenso deserto del Gobi a nord-est e dalle innevate montagne Qilian Shan e l’altipiano del Tibet a sud-ovest. Durante la dinastia Han (121 AC) lungo il corridoio di Hexi, su quella che sarà la rotta principale della Via della Seta, furono creati quattro avamposti commerciali: Jiuquan, Zhangye, Dunhuang e Wuwei.

Ci sistemiamo in cuccetta, ordiniamo cinque birre e un po’ di carne e riso, e ceniamo. Fuori dal finestrino scorre una distesa di sabbia e sterpaglie mentre cala la sera. Propongo a Gigi di andare a trovare la ragazza del vagone numero 6, così ci alziamo e andiamo. La troviamo intenta a mangiare dei noodles in compagnia di due ragazzi cinesi che ovviamente non parlano una parola di inglese. Lei ha 22 anni, é di Dunhuang e si fa chiamare Angel, frequenta l’università di Lanzhou. Mi racconta che sta imparando l’inglese comunicando con un prof americano negli USA e contemporaneamente insegna inglese a Dunhuang ad una classe di bambini di cinque anni. Ora a scuola é obbligatorio imparare l’inglese anche per andare avanti con gli studi, ma fino a qualche anno fa, così poi mi spiegherà la guida di Dunhuang, nessuno parlava inglese. Per spiegare da dove vengo cito Marco Polo; qui tutti lo conoscono poiché, racconta la ragazza, viene studiato a scuola. Sogna di andare negli Stati Uniti. Dopo una bella chiacchierata ci scambiamo i contatti (con difficoltà) e ci salutiamo.

Me ne torno nella cella, fa caldo, ma i colpi regolari del treno sui giunti delle rotaie fanno da ninnananna e in pochi istanti mi addormento.

(continua…)

Gio

Gio

Ingegnere, ricercatore, sognatore, un mix di storie. Ama la montagna ma, da quando vive a Trieste, ha realizzato che anche il mare ha il suo perché! È un essere irrequieto ed ama viaggiare, quasi sempre in compagnia, giocare a briscola e raccontarsi l’ultima al bar, davanti a un calice di buon vino. Come quella volta che…
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