Prologo

Venezia. Sono vicino alla chiesa di S. Giovanni Crisostomo, qui si trova la zona dove sorgeva la casa di Marco Polo, il sottoportico e la Corte del Milion. È un giallo pomeriggio autunnale e mi immagino la sua bottega e Marco che racconta storie di genti incontrate laggiù in oriente, lungo la Via della Seta. Mando a Luigi, Gigi, una foto dell’epigrafe che, sulla facciata della casa dei Polo, ricorda la sacralità del luogo. Un viaggio in Cina deve, per forza di cose, cominciare da qui.

Le ruote di preghiera lungo il Kora di Labrang

Le ruote di preghiera lungo il Kora di Labrang

Passano mesi quando a mezzanotte di un giorno qualsiasi su WhatsApp arriva la risposta di Gigi: Tibet orientale e Via della Seta, super offerta di Alitalia. Non ci penso due volte a spostare il volo che avevo già preso per gli stessi giorni a Parigi e dare conferma. Passano altri tre mesi, ho il biglietto per Pechino tra le mani e il legame con il mercante veneziano continua ad accompagnarmi nel cammino. Partire per la Cina da Venezia, dall’aeroporto Marco Polo, ha un sapore diverso. Tra le pubblicità e i negozi duty free una insegna commemora i tre viaggi di Marco Polo in Oriente. Sebbene sul cartellone l’Asia sia una grande macchia marrone uniforme, localizzo Dunhaung, tra il Gobi e il Taklamakan, il corridoio di Hexi, giù verso Huwei, Lanzhou, fino a Chang’an (odierna Xi An), le mete del nostro viaggio. Stiamo per ripercorrere alcune tappe di questa antica rotta commerciale che ha il suo cuore nella regione cinese del Gansu. Davanti a noi più di trenta ore di viaggio, sulle spalle 15 kg di zaino e la fedele Canon al seguito. Siamo in cinque a partire, più la moca e 1 kg di caffè.

Capitolo 1. Viaggia leggero.

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji, ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi: “È ricolma! Non ce ne entra più”. “Come questa tazza” disse Nan-in, “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen se prima non vuoti la tua tazza?”.

Il tè che bevemmo ad ogni ad ogni pasto

Il tè che bevemmo ad ogni pasto

Ho vuotato la mia tazza prima di partire per il viaggio, anche se non era molto piena. Non vedo occidentali attorno a me, fatta esclusione per i miei compagni di viaggio. Nell’immenso e moderno aeroporto di Pechino siamo solo noi. Gli unici europei in fila per l’imbarco sul volo interno della China Eastern Airlines verso Lanzhou. Ordine e disciplina. Al controllo sicurezza ci perquisiscono da cima a fondo. Mentre aspetto Gigi e il controllo sulla sua attrezzatura fotografica, vengo urtato da uno scopettone e incrocio lo sguardo impavido di una donna delle pulizie. Faccio un passo indietro e quella riparte lungo la sua linea retta, come un aratro lungo la lira. Ordine e disciplina.

Pranzo sull’aereo con riso, pollo e peperoni, quel che basta per rimanere ancora sveglio. Sono le 14:00 quando arriviamo a Lanzhou e subito cerchiamo un taxi verso la prima tappa: Xiahe. Visto l’alto costo richiesto dai taxisti appostati nei pressi dell’aeroporto (7.000 Yuan, circa 1.000 euro), optiamo per un bus verso Lanzhou centro. Da Lanzhou dovrebbe poi partire un altro bus verso Xiahe (scopriremmo poi che l’ultima corsa é alle 17:00). Con 30 Yuan a testa attraversiamo 30 km di deserto lungo una sorta di autostrada. 30 km di fermento tra operai e cemento e grattacieli fatti con lo stampino che crescono come funghi dopo la pioggia. Ad ogni grattacielo la sua gru. Lanzhou, una città di circa 2 milioni di abitanti é un cantiere. La Via della Seta ormai é una via asfaltata.

In questo posto dimenticato dal Signore nessuno parla inglese. Il bus si ferma a un semaforo e scendiamo tutti. Da qui dove si va? Le scritte sono tutte in cinese e chiediamo in un ristorante. Dobbiamo andare a Xiahe, ma non capiscono. Con la Lonely Planet mostriamo la scritta in cinese del luogo. Xiahe con l’accento sulla he, la h marcata, si, Xiahe. Un ragazzo forse capisce e ci accompagna a prendere un altro bus verso la stazione Est degli autobus. Prendiamo il bus, sperando sia quello buono. In mezzo al traffico, tra taxi, auto, moto e biciclette, i locali ci guardano strano con i nostri zaini.

Fa caldo. Arriviamo alla stazione. L’ultimo bus è andato ma le strade del Signore sono infinite. Tempo di uscire dalla stazione e un tipo losco ci invita a seguirlo. Lo seguiamo fino ad un parcheggio dove troviamo un mare di auto e gente pronta a esercitare il ruolo del taxista. In quattro e quattr’otto concordiamo la tariffa e la destinazione. Si parte, piano. Un ciondolo di Mao penzola dallo specchietto retrovisore. Quattro ore di strada verso Ovest, verso il Tibet.

Il Tibet in lontananza

Il Tibet in lontananza

Arriviamo a Xiahe alle otto di sera e raggiungiamo il Labrang Tibetan Hostel, prenotato su Booking qualche tempo prima, anche per ottenere il visto di ingresso per il paese. Per una svista dell’ostellante é rimasta una sola stanza libera e così tre di noi si spostano in un altro appoggio poco lontano. Siamo a 3.000 m di altitudine e i passi in salita verso il nuovo ostello si fanno comunque sentire. Una struttura fatiscente. Si entra da un portone di ingresso, si attraversa un atrio, si sale una scala in legno e si arriva al primo piano in una stanza quadrata con un letto a tre piazze con tre tappeti sovrapposti a fungere da materasso. Il bagno é in comune da un lato dell’ostello. La doccia é in comune dall’altro lato dell’ostello. L’acqua é fredda e per questo giorno niente doccia.

I due tassisti che ci hanno condotti fin qui hanno deciso di farci compagnia per cena. Scendiamo sullo stradone principale di Xiahe ed entriamo in un ristorante. Un cameriere di 20 anni, sorridente,  con in testa un piccolo e colorato fez e le mani nere come quelle di un meccanico, ci conduce in una saletta appartata al primo piano. I tassisti si accordano in cinese stretto con il cameriere per il menù. Il pavimento é appiccicoso. La tavola è rotonda e al centro è posizionato una sorta di pinzimonio con tè, bacche di goji o frutti della longevità, delle noci non identificate. I due commensali han ci riempiono le tazze con questo intruglio e, dopo alcuni istanti, una signora ci versa sopra dell’acqua bollente. Ogni due minuti la stessa signora piomba ripetutamente in sala a rabboccare le tazze fino all’orlo. Cominciano le portate e i piatti in comune vengono disposti a centro tavola. I nostri compari masticano con la bocca aperta e sorseggiano il tè producendo molti suoni. I misfonici impazzirebbero in Cina. Il cibo è piccante ma molto saporito e buono. Non comunichiamo con loro se non a gesti, occhiate e sorrisi. Brindiamo con il tè e con cinque birre, all’urlo di campei!

Capitolo 2. Il sapore dello Tsampa.

La sveglia suona all’alba. Ci vestiamo e scendiamo sulla via principale della parte cinese della città. I negozi sono chiusi e le bandiere cinesi di led sui pali della luce testimoniano una sorta di atto colonizzatore. Xiahe é politicamente in Cina, in una regione a statuto speciale (prefettura autonoma tibetana) ma per la maggior parte dei cinesi, così ci spiegherà una guida a Dunhuang, è considerata Tibet.

Xiahe all'alba

Xiahe all’alba

Sono le sei di mattina e arriviamo alle porte del monastero tibetano di Labrang. I pellegrini sono già molti e in fila indiana mettono in rotazione le centinaia di ruote di preghiera lungo il kora: Om mani padne hum (Gloria al gioiello del fiore di loto). L’atmosfera è mistica ed il cigolio delle ruote riecheggia lungo il percorso. I volti dei pellegrini sono scuri e arsi dal sole. I lineamenti tibetani e mongoli. Nessun volto occidentale, solo noi in mezzo ai pellegrini. Alcuni, fra cui anche dei bambini, affrontano in preghiera i tre km del kora genuflettendosi, sdraiandosi al suolo e rialzandosi, ripetutamente.

Pellegrini lungo il kora

Pellegrini lungo il kora

Hanno dei cuscini legati sulle ginocchia e sui gomiti e dei guanti sulle mani per proteggersi dagli sfregamenti contro le asperità del terreno. Una vecchia contadina in abiti poveri e scarpe da ginnastica appoggia il bastone a terra e si inginocchia in preghiera sulla scalinata di fronte al monastero. La fede di queste persone é tangibile. Lungo la via gruppi di donne ci offrono delle bevande calde di latte di yak in bicchieri di carta e pezzi di pane insipido. Accettiamo e mangiamo. Le persone ci guardano incuriosite e compaiono i primi monaci nelle loro toghe rosse.

Di fronte al monastero

Di fronte al monastero

Seguiamo l’intero percorso del kora e sulla soglia di una casa incontrata lungo il tragitto un tibetano ci versa in una ciotola di ceramica del latte di yak. Lo beviamo, il gusto é forte e il sapore é rancido, ne porto con me il ricordo. Restituiamo la ciotola che viene accuratamente disinfettata con uno straccio, che in origine doveva essere bianco, prima di essere offerta al prossimo pellegrino.

Il monastero buddista di Labrang fu fondato nel 1709 da Ngagong Tsunde. É uno dei maggiori monasteri tibetani dell’ordine dei gelugpa o berretti gialli. Chiuso durante la Rivoluzione Culturale e riaperto ai visitatori solo negli ultimi anni, oggi conta quasi 1800 monaci. Prima delle 10 del mattino i monaci sono riuniti in preghiera e le porte dei monasteri sono chiuse. Gigi ne apre una ed entriamo. Ci sediamo in silenzio tra i monaci mentre recitano la cantilena delle preghiere. La luce generata dalle candele in burro di yak è soffusa. Alcuni monaci più giovani si trattengono dal sorridere mentre ci guardano, altri scherzano tra di loro e mi ricordano quando ero piccolo e a catechismo scherzavo con i miei amici mentre il prete spiegava il Vangelo. Restiamo qualche minuto in contemplazione, prima di uscire.

Due monaci gelupga passeggiano per le vie della città monastero

Due monaci gelugpa passeggiano per le vie della città monastero

Fuori le bandiere tibetane garriscono al vento, tra i tetti dorati dei templi. Acquisto in una bancarella le cinque bandierine di preghiera. Cinque colori, cinque elementi: blu, bianco, rosso, verde e giallo. Il blu rappresenta il cielo, il bianco l’aria, il rosso il fuoco, il verde l’acqua e il giallo la terra.

Continuiamo il kora ricambiando i sorrisi dei volti che incrociamo. Si respira semplicità. I più anziani sono inclinati sui propri bastoni, i bambini corrono, i monaci a passo spedito hanno un aria di severità, ma si rischiarano quando gli sorridi. A metà del percorso, il kora diventa un sentiero che si inerpica sul monte, spariscono le ruote. Percorro un tratto di strada con un monaco di 12-14 anni, mi sorride, gli sorrido. Non possiamo comunicare, se non a gesti, occhiate e sorrisi.

Uno dei complessi del Monastero di Labrang

Uno dei complessi del Monastero di Labrang

Buddha dorati nei templi, candele e lampadine, il giallo e il rosso sono i colori predominanti in contrasto con il bianco del cielo nuvoloso all’esterno. Banconote ai piedi delle statue. A mezzogiorno Gigi ed io entriamo nel Gongtang stupa. I monaci sono accovacciati nella posizione del fiore di loto su un lato del tempio e stanno mangiando. Un altro monaco in piedi cammina su e giù davanti ai fratelli e gli versa nelle ciotole del latte di yak. Ci sediamo vicino a loro e li osserviamo. Il monaco più vicino a noi ha preso della farina di orzo, l’ha posta in una ciotola. L’altro monaco ci versa sopra del latte misto a burro di yak. Comincia ad appallottolarla per circa 10 minuti, fino a formare una pallina dall’aspetto del pongo: è tsampa. Ci guarda, ne stacca un pezzo e ce lo offre. Che sapore ha lo tsampa? Non è male, il sapore dell’orzo si sente, la farina si sente, sembra un dado star ma più granuloso e più delicato. Passiamo a lato del Buddha dormiente ed usciamo. Passeggiamo lungo le strade sgangherate, alcuni monaci ci chiedono una foto insieme, sembrano divertiti. Comincia a piovere e sulle montagne attorno cade qualche fiocco di neve. Rientriamo all’ostello e prepariamo il primo caffè in terra straniera che offriamo all’ostellante, ai suoi figli curiosi ed a una ragazza di Hong Kong ospite dell’ostello.

Tetti dorati e montagne

Tetti dorati e montagne

Verso le tre del pomeriggio smette di piovere e ne approfittiamo per prendere un taxi verso Sangke, un paesetto a 15 km da Xiahe. Facciamo alcune foto agli yak e alle capre tibetane e ne approfittiamo per fare un po’ di shopping presso alcune bancarelle lungo la strada. Dopo qualche ora esce il sole e rientriamo a Xiahe per un’ultima passeggiata in città prima di proseguire il viaggio.

Capre tibetane al pascolo

Capre tibetane al pascolo

Porterò con me i sorrisi dei bambini, la semplicità della gente, la profonda fede e  devozione dei contadini tibetani, che un tempo vi era anche in occidente ma che abbiamo parzialmente perso scambiandola con la modernità.

Capitolo 3. C’è sempre una prima volta.

Da Xiahe a Linxia sono 100 km per 2 ore di auto. Arriviamo in tarda sera e troviamo posto al Linxia Hotel. Linxia è una città di circa 200.000 abitanti la cui popolazione è in prevalenza hui, di religione musulmana. È chiamata anche la piccola Mecca della Cina per le sue 80 moschee. La nostra permanenza nella città si limita ad una notte e ad una cena. A pochi passi dall’hotel entriamo in un ristorante gestito da una famiglia hui. Subito veniamo accolti calorosamente e anche in questo caso ci fanno accomodare in una saletta appartata al piano superiore. Il menù è rigorosamente in cinese, ma grazie alle immagini dei piatti esposte al piano terra e l’aiuto di un traduttore inglese-cinese installato sul cellulare di uno dei camerieri, ordiniamo un pollo, degli spaghetti, riso, verdure, peperoni e altro ancora. Un altro giro di tè. La famiglia ci osserva mentre mangiamo come se fossimo su un palco di teatro, e ridono mentre ci destreggiamo con le bacchette. Il pollo è spezzettato ma è completo, compreso di zampe e testa: grasso e colloso. Il fratello maggiore continua a chiederci se ci piace il cibo e noi ovviamente rispondiamo di si. Credo sia la prima volta che degli occidentali entrino in questo ristorante. Ci fanno foto e video mentre mangiamo, io sorrido e saluto. Concludiamo la cena con una foto di gruppo. Forse un giorno ripasseremo di qui e troveremo questa foto incorniciata e appesa al muro. Si è fatta mezzanotte e saliamo in camera a riposare.

Il drago tibetano

Il drago tibetano

(Continua…)

Gio

Gio

Ingegnere, ricercatore, sognatore, un mix di storie. Ama la montagna ma, da quando vive a Trieste, ha realizzato che anche il mare ha il suo perché! È un essere irrequieto ed ama viaggiare, quasi sempre in compagnia, giocare a briscola e raccontarsi l’ultima al bar, davanti a un calice di buon vino. Come quella volta che…
Gio

Latest posts by Gio (see all)