Mai visto l’autista di un bus accostare per comprarsi un sacco di albicocche.

Però la vista, lungo la strada che mi portò a Chernivtsi, era impressionante: ancora vallate, distese infinite, tetti di paesini che spuntavano tra gli alberi, campi di girasoli, chiesette delle stesse dimensioni della mia stanza da letto.

Il centro città, architettonicamente e per viabilità, si distingue dal resto della città. Ed è una costante nelle città ucraine: prima ti si apre questa ambientazione postindustriale, strade ampie, ultra trafficate, asfalto ovunque, edifici alti e dismessi che richiamano vecchie glorie.
Una sola cosa salverei di questa città: la vista sulle colline e le vallate che la circondano, di cui puoi godere passeggiando per il centro storico.

La periferia di Chernivtsi vista da una delle strade del centro storico.

La periferia di Chernivtsi vista da una delle strade del centro storico.

Ma procediamo per gradi.

La mia prima scoperta è stata un parco cittadino con alcuni laghetti, che su Tripadvisor veniva quotato “imperdibile” e “da fotografare”: capirete il mio sgomento quando mi son ritrovata praticamente dinanzi ad un parco giochi abbandonato.

Il parco più bello della città.

Quindi, scattate un paio di foto ai fantomatici laghetti, ho fatto ritorno verso il centro, soffermandomi presso una cattedrale gotica in via di ristrutturazione – cosa che aveva tanto l’aria di non vedere una conclusione, come la maggior parte delle costruzioni e ristrutturazioni in atto in Ucraina, lasciate in sospeso senza intenzione di ripresa.

Da fuori era bellissima - al suo interno, un po' spoglia.

Da fuori era bellissima – al suo interno, un po’ spoglia.

Che poi, piccola parentesi, Kyiv brulica di ponti costruiti a metà o appena iniziati, edifici ricoperti da grossi teloni dando l’illusione che siano in fase di ristrutturazione, lasciati lì a loro stessi dopo gli eventi dell’Euromaidan dell’inverno 2014: si dice che i fondi che all’epoca erano dispensati per la rivalutazione urbana, furono subito dopo devoluti ai volontari che da due anni servono al fronte orientale nella guerra contro la Russia.

Quella stessa sera, in ostello, conobbi Eugene, anche lui in viaggio attraverso l’Ucraina dell’Ovest alla scoperta dei suoi castelli (che tra l’altro sono tantissimi e io ne ho visitati ben pochi perché spesso e volentieri sono situati in piccoli villaggi o zone difficilmente raggiungibili con i bus). Viaggiava con uno zaino ed un tappetino sulle spalle, e quando capitava di finire in un qualche paesino sperduto, dormiva su di un prato sotto le stelle, nella speranza che non facesse freddo o non piovesse. Ma cosa ancor più affascinante è che il viaggio che stava compiendo, e quelli che stava progettando, gli furono influenzati dalla saga de “Il signore degli anelli” e dal viaggio che i protagonisti intrapresero nella Terra di Mezzo. Il viaggio in sé è ciò che lo spingeva, l’ebbrezza del viaggiare, del vedere il mondo, del provare nuove esperienze. Piccola chicca: parlando di videogiochi, “gameplay” ed Harry Potter mi disse che se mai avesse dovuto scegliere un libro preferito non avrebbe avuto scampo perché tanti sono i libri che ha letto ed amato; ma se avesse dovuto scegliere un film che vince su tutti, senza dubbio sarebbe stata la trilogia de “Il signore degli anelli”. La pensiamo allo stesso modo, mio caro Eugene!

Ivano-Frankivsk corrisponde al mio primo momento di disorientamento: arrivai alla stazione dei treni a mezzanotte, senza manco un bagliore di idea di che direzione prendere, e mi ritrovai di fronte una via illuminata e vuota, un parco nella più totale oscurità, la prospettiva di due ore di camminata per raggiungere l’ostello ed un tassista che non capiva una parola di russo – venni poi a sapere che questa è la città meno russofona di tutta l’Ucraina.

Questa è, a mio parere, la città che più tenta di avvicinarsi al mondo occidentale: molti erano i luoghi di ristoro a disposizione, la viabilità limitata o del tutto nulla nel centro città, le vie una più maestosa dell’altra – come a Chernivtsi, ed un cartello stradale con annessa traduzione in inglese – non mera traslitterazione dal cirillico.

Ma la vera sorpresa fu la vallata ed il piccolo ruscello che notai la mattina uscendo dall’ostello e che decisi di raggiungere al tramonto: la nebbia che si alzava, il tramonto che si rispecchiava sullo stagno, un ragazzo che tentava di fare le scale con lo scooter, le colline in lontananza, le vie che diventavano sempre più piccole e le case acquistavano giardini, diventando piccoli villaggi a sé stanti.

La campagna ucraina è davvero un tripudio di colori e diversità. Ed ancora di più ci si accorge di ciò quando si attraversa la Zakarpattia (o Transcarpazia).

La tappa ad Uzhorod è stata una manna dal cielo. Sembra una città estiva, di quelle che d’estate si riempiono di vecchietti e coppiette che al tramonto vanno a passeggiare e a cena in un qualche ristorantino chic. Io, andando alla cieca come al mio solito, invece scoprii, la prima sera, il castello di cui mi parlò Eugene. Dal castello si gode di una piccola panoramica.

Il giorno dopo mi detti un obiettivo bello corposo: raggiungere il confine con la Slovacchia. Dapprima mi diressi verso un cosiddetto “giardino botanico” che si rivelò essere un bosco lasciato a se stesso, desolato e silenzioso. E lì mi persi e camminai senza meta per circa un’ora.

Al che rinviai la scoperta della Slovacchia al giorno dopo e, armata di macchina fotografica, decisi di costeggiare entrambe le coste del fiume Uzhorod, che divide la città. Al calar del sole scesi in riva al fiume, a godermi gli ultimi spiragli di rosa ed il riflesso delle vie che costeggiano il fiume. Qualche pescatore solitario resisteva ancora alla luce del crepuscolo.

All’alba del terzo giorno, anche se era primo pomeriggio – ma come già vi dissi nell’articolo precedente dormivo tantissimo – mi incamminai con coraggio verso il confine ucraino – slovacco. E dopo un’ora e mezza a piedi, finalmente, dinanzi a me, si stagliava la Slovacchia, con le sue valli verdi e gialle, le montagne, i villaggi: uno spettacolo bellissimo. Che però non potei fotografare per via delle barriere e delle recinzioni.

E lì con l’Ucraina alle mie spalle, e la Slovacchia davanti a me, mi sentii fiera come non mai. Il cartello stradale segnalava 800km per Kyiv: questo significava che ero stata in grado di percorrere 800km da sola. Magari sembra stupido, e lo so che li ho fatti quasi tutti in treno, ma per me, che ho passato 15 anni della mia vita a Bertiolo (mi verrebbe da aggiungere “vicino a Codroipo” e tutti automaticamente capiscono dov’è sta), ritrovarmi in Slovacchia, a 800km dalla città dove ora vivo, che dista 1800km dal confine italiano, per colpa di una scelta presa quasi d’impulso una sera del lontano febbraio 2016, sembrava qualcosa di immenso.

La noia di Kyiv e l’ansia dovuta all’attesa del mio rientro estivo in Italia, mi avevano spinta in questo viaggio che, nonostante la solitudine e la nostalgia che io possa aver provato lungo la strada, si rivelò la scelta migliore che potessi mai compiere.

Insieme a quella di andarmene beatamente in vacanza a fine agosto.

O a quella di scegliere un progetto SVE dalla dubbia serietà sito nella lontana e sconosciuta Ucraina.

Sab

Sab

Amante della birra come della fotografia, si diletta con doppie esposizioni e strimpellate al pianoforte, ma il suo vero talento è mangiare valanghe di patate fritte. Nel tempo libero si porta in pari con le serie tv in arretrato, si fa paranoie ed esplora ogni angolo del Friuli possibile assieme a qualche compare e alla sua fidata reflex.
Sab