Il viaggio di cui sto per narrarvi è stato reso possibile grazie alla relativa inefficienza del progetto SVE che sto svolgendo in Ucraina.

La mia coordinatrice aveva affermato, all’inizio del progetto, che durante l’estate noi volontari saremmo stati impegnati in progetti collaterali, e che quindi non avremmo potuto abbandonare i confini di Kyiv se non attingendo ai giorni di ferie disponibili da contratto (24). Poi venne momentaneamente deposta dal suo ruolo agli inizi di luglio, il che fece di me una volontaria SVE disoccupata per un mese.

Quindi, dopo i primi cinque giorni di inattivitá, di vagabondaggio per le strade di Kyiv, decisi quasi d’impulso di organizzarmi a grandi linee un’estate diversa dal solito.

Perché, vi diró, gran parte di ció che segue è stato scelto sul momento. Sono difatti partita un po’ alla cieca.

Tutto ebbe inizio una notte in cui io e mia sorella – attraverso quel magico mezzo di comunicazione che é Whatsapp, ci coalizzammo per prenotare biglietti ferroviari ucraini online. Armata di biglietti del treno e del bus e della mia fidata Nikon, con le Converse ai piedi e due borse in spalla, il 15 luglio diedi inizio al mio viaggio, prendendo il primo di una serie di treni per un soffio.

Una delle ragazze che al tempo lavorava con me presso il centro mi aveva più volte invitata a farle visita nella sua città natale, tale Vinnytsia, a circa 3 ore di treno da Kyiv. Pertanto, vista la sua vicinanza alla città in cui dimoro e la facilità di raggiungerla, decisi che quella sarebbe stata la mia prima tappa. Munita di Google Maps e Instagram cominciai a dettare un piano di viaggio cercando posti facilmente raggiungibili – per una ragazza che a stento parla il russo e che viaggia da sola – e che potessero interessarmi sia da un punto di vista fotografico che da una prospettiva culturale. E così ne saltò fuori un viaggio di tre settimane che attraverso treni innominabili (il regionale anni ’60 di Trenitalia in confronto è un Orient Express di lusso), esperienze couchsurfing e lunghe soste in vari parchi cittadini, mi portò alla scoperta dell’Ucraina dell’ovest.

Vinnytsia al tramonto.

Vinnytsia al tramonto.

Il primo treno che presi, l’unico del suo genere per tutto il viaggio, viene denominato dalla comunità “eletrichka”. E’ composto da 14 vagoni, ognuno dei quali ha al suo interno delle panchine inchiodate al pavimento; che siano panchine di legno (come nel caso del treno che presi io) o panchine di plastica non fa alcuna differenza, sempre panchine restano.

Piccola curiosità circa i treni ucraini: tutti i biglietti sono numerati, tutti i posti disponibili sono limitati, non esistono posti in piedi e non esistono biglietti dell’ultimo minuto perché se i posti a sedere sono finiti tu rimani a terra.

Vinnytsia è famosa per le sue fontane. E non ho altro da aggiungere.

Mi sono imbattuta per la prima volta nella quasi maniacale gentilezza degli ucraini. E’ risaputo che sono persone affabili, sempre disponibili e mai gratuitamente maleducate. Sono stata ospite per 3 giorni dei genitori della mia conoscente: ho dormito a casa loro, ho cenato a casa loro – e a tal riguardo è stato anche il primo vero tuffo nelle usanze culinarie ucraine. Ho anche battuto il padre al tiro a segno nel parco della città.

E per tutto questo tempo non mi è mai stato concesso – a rischio addirittura di cadere nell’offensivo – di attingere al mio portafogli. Ed è una cosa assai comune in Ucraina: quando sei ospite di qualcuno, lo sei per davvero – m’hanno addirittura fatto la spesa per i giorni a seguire.

Ogni centro abitativo della nazione possiede un monumento ai caduti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ed ecco che qui abbiamo la prima incongruenza: il monumento ai caduti di Vinnytsia cita “1939 – 1945”. Una settimana e mezza più tardi, in quel di Uzhorod, accompagnata da due 21enni adescati su couchsurfing, venni a sapere che tale incongruenza è solo uno dei tanti modi con cui la Russia a suo tempo – e forse ancora – cercò di riscrivere la sua storia.

Ripartii la sera del quarto giorno e presi il mio primo – di tanti – treno notturno ucraino. E qui davvero, dopo esservi abituati alle sue comodità, non avrete più riserve per null’altro.

Nei treni notturni ucraini esiste la terza classe: consiste in vagoni contenenti 50 posti letto, addensati gli uni sugli altri, e quelli piazzati a mezz’aria sono facilmente riconducibili a loculi. Il mio primo viaggio su un treno notturno in solitaria l’ho passato con un raffreddore indecente distesa in un loculo ed invasa da un altrettanto indecente odore di salame e aglio. Questo aspetto è assai ricorrente in Ucraina per qualche ragione, che vi troviate su di un treno, alla fermata della metro o che stiate passeggiando per le strade di Lviv.

Arrivai alla seconda tappa del mio viaggio alle 3 del mattino in quel di Kamyanets – Podilski. E qui forse ebbe inizio il vero viaggio: perché per le due settimane a seguire non ebbi altra compagnia se non quella della mia macchina fotografica, di Naruto, di qualche lontano amico fidato che ogni tanto si chiedeva se fossi ancora viva e di qualche straniero incontrato lungo la strada.

E due ore più tardi mi incamminai verso l’attrazione principale della cittadina, che conta ben 100mila abitanti: il castello della città vecchia. Nonché il primo di molti castelli che ebbi la fortuna di visitare – ma non ve ne parlerò molto probabilmente. Ero andata in cerca di un’alba mozzafiato. Mi ritrovai di fronte un agglomerato di nuvole indistinte che mi si ripropose in egual modo quando vi rifeci visita nel primo pomeriggio dopo un tea caldo, 50 fazzoletti soffiati via e un pranzo a base di cetrioli e hummus – avevo maturato una certa passione per l’hummus quest’estate.

Vorrei ora narrarvi brevemente della mia avventura pomeridiana di ritorno al castello: capitò che ad un certo punto della mia escursione la mia strada si incrociò con quella di una ragazza con l’impermeabile azzurro. Non ci parlammo, non ci salutammo ma camminammo l’una in compagnia dell’altra per più di mezzora. E divenne così la prima dei miei poser ignoti in viaggio. Devo dire che, seppure sia stata una compagnia silenziosa, fu forse la più bella.

Quella notte fui ospitata da una ragazza 22enne di ritorno la mattina stessa da Odessa, dove s’era goduta un weekend al mare con degli amici. Mi raccontò dei metodi di rimorchio ucraini – se ne volete sapere di più non vi resta che chiedere, della scelta che l’aveva spinta ad abbandonare l’amata Odessa per un lavoro meglio retribuito e più impegnativo in quella città, dei viaggi che la portavano abbastanza frequentemente alla scoperta dell’Europa, dei suoi progetti per i mesi a venire, e di questo artificio tecnologico che lei possedeva che ti permette di cucinare qualsiasi pietanza in pochi minuti e a vapore.

La lasciai alle 7 del mattino seguente, carica di positività e in salute alla volta della terza tappa: Chernivtsi.

Via principale di Chernivtsi.

Via principale di Chernivtsi.

Vi giunsi dopo 2 ore e mezza di bus – che altro non è che un furgone Transit con dei posti a sedere; e lì mi accolsero un’ora a piedi per raggiungere l’ostello e tre ore di sonno. Ho viaggiato tanto – se penso ai miei standard da viaggiatrice, ho visto tantissime cose e probabilmente ho già dimenticato la metà di esse, ho incrociato tanti sguardi e molte conversazioni, ma lasciatemi dire che ho anche dormito parecchio.

Sab

Sab

Amante della birra come della fotografia, si diletta con doppie esposizioni e strimpellate al pianoforte, ma il suo vero talento è mangiare valanghe di patate fritte. Nel tempo libero si porta in pari con le serie tv in arretrato, si fa paranoie ed esplora ogni angolo del Friuli possibile assieme a qualche compare e alla sua fidata reflex.
Sab