Premessa
Come per Kuki Gallmann, anche io “Sognavo l’Africa” e dopo tanto fantasticare sono finalmente partita per la mia prima esperienza su quella terra rossa tanto agognata. Da brava Torzeone, nel mese che ho passato in Costa d’Avorio ho girato diverse città, tra cui Daloa, Bouaké ed Abidjan, passando per Yamoussoukro. Quello che descriverò nei miei articoli non sarà tanto il paesaggio ma cercherò di farvi immergere nell’ambiente in cui ho vissuto.

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Direzione Daloa: che il viaggio abbia inizio!

Di certo, se non si frequentano zone turistiche, non si passa inosservati: essere una delle rare bianche in città ti mette leggermente a disagio. Passato però l’imbarazzo iniziale e abituatami a sentirmi chiamare tubabu (la bianca, per gli africani), il calore delle persone è iniziato a percepirsi: tra “Bien arrivée” e “Ça va en Italie?” mi sono sempre sentita la benvenuta. Il primo impatto è stato indubbiamente forte: passare dai 15 gradi di inizio aprile da noi ai 35 africani non è stato facile! E poi la gente, tanta gente. Non sono partita con una precisa idea di cosa aspettarmi ma sicuramente tutto ciò che ho visto mi ha sorpresa. Le immagini che fanno passare i media di un’Africa ridotta alla fame, di gente che vive ai margini della strada, di bambini denutriti circondati dalle mosche che vanno a scuola scalzi nelle capanne sono certamente immagini ad effetto, immagini che portano gli spettatori a dire: “poveri”. Ma io di poveri non ne ho visti: quello che ho visto io sono tanti occhi fieri e gioiosi, pieni di speranza. Certo, la Costa d’Avorio non è uno dei Paesi dell’Africa che versa nelle condizioni peggiori ma è vero anche che la situazione non è così florida come prima dello scoppio della guerra civile nel 2002. Dopo sette anni di conflitti terminati solamente cinque anni fa, infatti, il Paese si sta rialzando in piedi con la dignità, il coraggio e l’allegria che caratterizza questa gente. Avete sentito parlare dell’attentato avvenuto poche settimane prima del mio arrivo sulla spiaggia di Grand-Bassam? Il 13 marzo è stata colpita dal gruppo jihadista di Ansar al-Din questa località turistica e ci sono stati 19 morti. La reazione degli ivoriani? Organizzarsi ed andare su quella stessa spiaggia a ballare e cantare che loro non hanno paura. Cosa ho visto in questi mesi? Tanta allegria, sorrisi, ospitalità, coraggio ed un po’ di sana follia. Un consiglio? Lasciate a casa tutti i pregiudizi, le aspettative, il chiedervi se sia giusto o sbagliato: lasciatevi coinvolgere e trasportare dal viaggio.

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Daloa
Dopo questa premessa, inizio la mia serie di articoli con Daloa, la mia prima meta. Terza città più grande della Costa d’Avorio, è importante per i commerci. Abidjan e Daloa sono separate da circa cinque ore di macchina e da un susseguirsi di foresta e villaggi. Tappa obbligatoria per raggiungerla è Yamoussoukro, capoluogo amministrativo del Paese, che ospita un’immensa basilica costruita sul modello di quella di San Pietro.

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Scorcio di un villaggio e la basilica di Notre-Dame de la Paix di Yamoussoukro.

Di certo l’impatto tra i villaggi scorti durante il tragitto e questa città è forte, ma d’altronde è solo la dimostrazione di una realtà in cui ricchezza e povertà a confronto stridono. Fortunatamente, a guidare il mio viaggio c’erano Tiziana e Moussa, che ai luoghi “da bianchi” hanno preferito mostrarmi la realtà per l’ivoriano medio. La prima sosta cibo è stata quindi in questa città, dotata sì di lussuosi ristoranti per turisti, ma la scelta è ricaduta sul mercato e i ristoranti locali. Scopro da subito che avrò un “grosso” problema con il cibo: solitamente mangio e mi adatto a qualsiasi cosa ci sia in tavola ma al peperoncino e al pesce non sarò mai pronta! E cosa mangiano maggiormente gli ivoriani? Pesce e qualsiasi cosa con aggiunta di peperoncino (ma sul cibo scriverò un articolo a parte). Una volta rifocillati, il viaggio continua verso Daloa, che dista da qui due ore di slalom tra buche e asfalto che c’è e non c’è. Prima di arrivare in città, però, mi aspetta una seconda sosta: la frutta! Lungo la strada ci fermiamo da una simpatica vecchietta con il suo banchetto colmo di manghi, ananas, igname, ecc., e inizierò a scoprire non solo le prelibatezze locali, ma anche la visione che la maggior parte dei neri ha di noi: siamo tutti uguali! In fondo bianco è bianco e non importa da dove tu venga: adesso iniziano ad arrivare i cinesi anche in Costa d’Avorio -mi dice l’arzilla signora- per cui anche io per lei ero cinese! Dopo aver tentato di vendermi dei rimedi tradizionali consistenti in intrugli da bere composti da radici, erbe e chissà cos’altro dall’effetto miracoloso, mi accorgo di un’altra cosa: non avrò bisogno della traduzione solo per i dialoghi in lingua locale, ma anche per il francese! Prima del mio arrivo credevo di potermela cavare senza problemi…beh, dovevo fare i conti con il francese ivoriano (per fortuna nella prima settimana di ambientamento avevo dei buoni traduttori).

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Le bottiglie sul banchetto contengono i rimedi tradizionali. Cosa curano? Tutto!

Ripreso il viaggio, arriviamo finalmente a Daloa. Per iniziare vorrei farvi vedere la città attraverso i miei occhi: poco prima di essa si possono notare piantagioni di teak, cacao e caffè, di cui la Costa d’Avorio è grande esportatrice. Addentrandosi in città una strada asfaltata forma un anello che la attraversa, mentre le altre vie sono di terra. Quando piove non è facile percorrerle in macchina (in realtà in alcuni casi anche se non piove) perché si formano delle buche difficilmente attraversabili; anche per questo motivo le moto sono molte: è più facile raggiungere le traverse o i villaggi su due ruote. Comunque, quello che mi stupisce inizialmente è il gran numero di auto verdi: i taxi! La maggior parte della popolazione infatti non possiede una macchina e si sposta a piedi o in taxi, che non costa molto e si può condividere. Ma come non ricordare anche i bus locali: già durante il tragitto per arrivare in città mi chiedevo come mai dietro ad alcuni furgoncini ci fossero dei ragazzi “appesi” a controllare la strada. Erano gli autobus locali: furgoncini stracarichi di persone con un ragazzo che dallo sportello posteriore dà indicazioni al conducente. Questo mezzo è ancor più economico e permette di trasportare anche tutti i tipi di bagagli, che vengono sistemati sul tetto. E quando specifico “tutti i tipi di bagagli” è perché oltre a valigie e sacchi di igname o manghi, mi è capitato di vedere comodamente distesa sul tettuccio anche una capra! Ma non sono solo auto, taxi, camion e moto ad ammassarsi sull’unica strada asfaltata, anche la gente ci si butta in mezzo per poter attraversare (oltre alle capre che spesso tentano la stessa sorte) o vendere le proprie merci.

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Tipico esempio di bus locale su una classica strada non asfaltata.

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Attraversamento mucche!

Percorrendo la città in macchina si possono vedere i vari quartieri con i diversi ristoranti, i mercati, le moschee e le missioni cattoliche, ma sono le persone ad attirare maggiormente la mia attenzione e tra queste ci sono loro: le donne, il Mio simbolo della Costa d’Avorio. Con i loro vestiti colorati trasportano pesi impensabili sulla testa e spesso, molto spesso, hanno un figlio sulla schiena.

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Inspiegabile.

Per me questa immagine è in assoluto l’emblema della grandezza delle donne, soprattutto di quelle africane. Con il figlio ancora in fasce continuano a lavorare, camminano con lui sulla schiena sotto il sole per ore per trasportare fasci di legna al villaggio o per vendere il pane, l’acqua, il cibo ai margini delle strade dalla mattina alla sera.

E poi ci sono loro: i bambini, tantissimi bambini. Camminano lungo le strade per andare a scuola con la loro divisa color kaki o il vestitino a quadri bianchi e blu, lo zaino fatto con un sacco di riso in spalla e in mano l’immancabile mango.

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Sono arrivata in piena stagione dei manghi e non c’era un solo bambino che non ne stringesse gelosamente uno tra le mani.

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I bambini sono avidi di manghi, ma dopo svariate richieste e un attimo di indecisione me lo aveva allungato!

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Sorprendendo tutti questa bambina è stata la prima a non piangere al vedermi e non scappare, anzi…

Con il mio più completo stupore, non è stato facile abituarmi ai loro sguardi indagatori, straniti, timorosi. Non me lo aspettavo per niente ma i bambini africani che non sono abituati a vedere i bianchi hanno paura, oserei dire vero terrore per i più piccoli. Uno sguardo o un tentativo di carezza potevano suscitare pianti e fughe. In fondo, però, a chi non è mai stata raccontata da piccolo la storia dell’uomo nero? Viverla al contrario non è stato di certo facile ma alla fine la fiducia va conquistata e con i bambini del quartiere che frequentavo ogni giorno non è tardata ad arrivare. Dopo una settimana il coraggio e la curiosità non si sono fatti attendere e dai primi timidi saluti si è passati alla rincorsa della macchina al mio arrivo per salutare la “tanti” (così venivo chiamata: dovrebbe significare zia o qualcosa di simile). E poi un accorrere per farsi fare le foto o per toccarmi: toccare un bianco porta fortuna, oltre a servire a verificare se il colore vada via e sotto anche io sia nera come loro! I bambini sono sicuramente la forza più incredibile di questa (e di altre) città: con il sorriso stampato in faccia vanno a scuola, giocano lungo le strade, corrono assieme alle loro ruote di gomma su e giù per le vie meno trafficate e lavorano. Molti “bambini” verso i 12 anni alternano scuola e lavoro: aiutano nelle loro attività i genitori, vendono merci o servono nei bar; e le bambine si occupano fin da subito dei fratelli più piccoli. Altra immagine simbolo di questo viaggio è per me quella delle bambine con i fratellini sulla schiena.

La città insomma non è tanto “cose da visitare”, ma immagini da catturare e tanto da scoprire. Cosa sono infatti quegli ombrelloni arancioni con una sedia sotto che si vedono spesso in giro? Sono i punti in cui si ricaricano i cellulari! Non ho ben capito il meccanismo, ma se ti serve una ricarica o un telefonino da cui chiamare, su quella sedia ci sarà sicuramente un ragazzo che ti renderà il servizio.

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Altro che tabacchino!

In un intrecciarsi di vie e quartieri, insomma, c’è molto da scoprire e su tanti aspetti mi soffermerò nei prossimi articoli. Concludo dunque con questo sguardo generale sulla città di Daloa, che mi ha ospitato per 20 giorni indimenticabili: un insieme di quartieri più o meno benestanti, circondati da piantagioni di cacao, caffè, teak, caucciù e miniere di carbone. Ci sono le case e le zone in cui vive il personale Onu con le guardie ai cancelli, ci sono i quartieri cristiani con le strutture delle varie missioni e ci sono i quartieri musulmani con le loro moschee. Al centro della città è ben visibile una grande moschea, che lascia immaginare quale sia la religione più praticata dai suoi abitanti, ma ci sono altri aspetti più nascosti che non mancherò di raccontarvi nel prossimo articolo!

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Vari

Vari

Avventurosa esploratrice sempre in cerca di cose da fare. Laureata in Diplomazia e Cooperazione Internazionale, è in cerca della retta via (che esista veramente?). Amante della pallavolo, il divano non le è amico: sempre attiva e alla ricerca di nuove avventure. Curiosa ed irrequieta, la comodità non è ciò che le interessa. Si adatta a qualsiasi situazione ma in tuta e a piedi nudi si trova maggiormente a suo agio.
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