Ed eccola, finalmente, Matera. Ci riserva una doppia accoglienza: quella del sole caldo e violento del Sud (immaginatevi me e la Marci, compagna di avventura, bardate di sciarpe di lana, giacche e maglie pesanti per far fronte al freddo-umido del nord est appena lasciato alle spalle) e quella altrettanto calorosa di Armando, l’amico che ci ospiterà.

Panorama dei sassi visto dalla Murgia

Panorama dei sassi visto dalla Murgia

Il centro storico, poi, saprà darci un benvenuto tutto suo, spiazzante e pieno di meraviglia, quando per la prima volta ci si mostrerà dall’alto di un belvedere. Ha una conformazione particolarissima e suggestiva: i suoi due rioni, il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso, sono letteralmente scavati nella roccia della Murgia, creando due quinte così peculiari da aver ispirato e ospitato decine di film, come forse nessuna altra città: La lupa di Lattuada, Il Vangelo Secondo Matteo di Pasolini, The Passion di Mel Gibson e il più recente Ben Hur, sono solo alcuni esempi; Matera sembra avere una drammaticità inconsapevole e involontaria, un pathos che la rende senza tempo.

Lo scrittore e pittore Carlo Levi, nel libro Cristo si è fermato a Eboli, descrive i due rioni impietosamente come gironi dell’inferno, per la loro forma quasi a spirale che si chiude verso il basso, ma anche per le pessime condizioni di igiene e per la povertà estrema che vi dimorava fino agli anni Cinquanta, quando ne è stato deciso lo sfollamento per questioni sanitarie. Da quel momento la vicina periferia è diventata un laboratorio a cielo aperto per i maggiori architetti italiani dell’epoca, che hanno dato forma ai moderni quartieri destinati ad accogliere gli abitanti sfollati. A metà del Novecento, Matera era considerata la vergogna d’Italia; oggi, grazie ai restauri, ha cambiato volto, diventando Patrimonio Mondiale Unesco e candidandosi ad essere Capitale Europea della Cultura per il 2019.

I rioni sono stati in seguito ripopolati, e oggi tra un sasso e l’altro, può facilmente capitare di scambiare due piacevoli chiacchiere con gli abitanti. Ad esempio con Vittorio, un anziano signore che si ferma a parlare con noi lungo il ripido sentiero che porta alla Gravina: ha l’andatura curva e lenta ma tenace, il volto segnato dal sole del Sud, la pelle avvizzita come un prugna secca e due occhietti neri vivissimi; un pezzo di legno alto quasi quanto lui gli fa da bastone per risalire lentamente quel piccolo canyon che separa il centro storico dai rilievi della Murgia e che metterebbe in crisi più della metà delle persone che hanno la metà dei suoi anni. E’ un artigiano, lavora l’argilla. Ha l’equilibrio di chi vive lentamente, a contatto con la terra che plasma, con la roccia che abita, con il tempo che ha visto passare.

Di fronte alla Cattedrale, durante il primo, assolato pomeriggio, conosciamo poi Giuseppe, esuberante guida turistica: ci propone un tour nella città che noi rifiutiamo per una passeggiata più allo sbaraglio, ma lui non se l’avrà a male, e continuerà a salutarci con allegria ogni volta che ci incroceremo per le strade del piccolo centro. L’ultimo giorno ci abbraccia calorosamente, ci regala due mappe della città e si offre di accompagnarci a Bari a prendere il bus, invitandoci a tornare a trovarlo, un giorno. La gente di Matera sa essere semplice e genuina in un modo bellissimo, ha l’impagabile capacità di farti sentire a casa.

Con tutti i suoi scorci panoramici, Matera è una città che si lascia guardare. Ma non di fretta: è necessario rallentare, fermarsi e osservare. Solo così tutta quella meraviglia, può, dalla vista, arrivare direttamente al cuore, all’anima. Raramente una città è in grado di colpirci attraverso altri sensi. Avete mai provato ad ascoltare un luogo? Io a Matera ci ho provato: dapprima attraverso i racconti degli abitanti; poi al crepuscolo, da un belvedere, quando i rumori del giorno si calmavano; o la mattina, dall’alto della Murgia, con il panorama fiabesco dei sassi schierato davanti e quel torrente a scorrere là sotto. Ci ho provato, chiudendo gli occhi a quella bellezza che mi aveva lasciato a bocca aperta: e tutto ciò che avevo attorno è diventato nient’altro che il rumore del vento tiepido mentre penetra nella Gravina, e il canto delle rondini; che se poi riapri gli occhi verso il cielo azzurrissimo le vedi, come altrove non le vedi più da anni. Anche ad occhi chiusi Matera ti tocca l’anima. Un tentativo vale la pena di farlo: provate ad ascoltarli i luoghi, c’è sempre la possibilità che rivelino qualcosa di inaspettato.

Qualche motivo in più per andarci (o tornarci)…

  • La festa della Bruna, il 2 luglio: ricorrenza molto sentita a Matera, le cui celebrazioni, ci racconta Mattia, fratello di Armando, sono considerate tra le più pericolose dopo la corsa dei tori a Pamplona e la battaglia con le arance di Ivrea; durante i festeggiamenti, i rioni dei sassi vengono attraversati dalla statua della Madonna posta su un carro riccamente allestito in cartapesta, che a fine giornata viene violentemente “assaltato” e dunque distrutto dalla folla, nel tentativo di aggiudicarsene dei pezzi.
  • Una passeggiata a cavallo nella splendida Murgia: dopo aver visitato la città, vale sicuramente la pena fare una piccola gita fuoriporta nelle campagne circostanti; non posso che consigliarvi di raggiungere la vicina Santeramo in Colle, dove il nostro amico Armando gestisce con passione il suo Circolo Ippico Morsara, in una masseria restaurata con spazi per eventi: un luogo di una bellezza e di una pace veramente rigeneranti!

 

Kiara

Kiara

Architetto, un po’artista dai pensieri contorti che tenta di sciogliere meditando.
Le piace puntare in alto, soprattutto in montagna dove non si sente soddisfatta se non raggiunge la cima.
Considera la lentezza una virtù (mai metterle fretta!), e potrebbe passare le ore a conversare: meglio se davanti ad una tazza di tè verde o a un buon bicchiere di vino rosso.
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