Ci sono viaggi che nascono e diventano reali nel giro di un attimo, e poi c’è Matera. Matera è quel viaggetto immaginato quasi due anni fa, rimasto lì in attesa che arrivi il momento giusto. Ammesso che un momento veramente giusto esista: in realtà ho tuttora il dubbio che sia solo una leggenda metropolitana. Finché una mattina di fine marzo, decisa a mettere fine all’attesa, mi alzo e prenoto un autobus notturno senza pensarci troppo su. E nel giro di due settimane sono di nuovo felicemente con lo zaino sulle spalle assieme a Marcella, l’amica e compagna di tesi che mi sopporta tutti i giorni in biblioteca e che è pazza abbastanza da condividere con me anche questa piccola avventura.

Il risveglio sul lungomare di Bari

Il risveglio sul lungomare di Bari

L’autobus ci lascia a Bari, poco dopo l’alba. Cappuccino, cornetto e risveglio dei sensi fronte mare, quindi da lì c’è da inventarsi qualcosa per sconfinare in Basilicata. Alla stazione ferroviaria il bigliettaio ci indirizza dall’altra parte del piazzale: Trenitalia a Matera non ci va, dobbiamo rivolgerci alle Ferrovie Appulo Lucane. Stando a quanto letto su internet, la tratta, inaugurata nel 1915, offre un’avventura degna di un’Italia di sessant’anni fa: data la mia passione (o ossessione?) per i viaggi in treno, non posso farmi sfuggire l’esperienza.

Il convoglio che ci troviamo davanti, in realtà, è nuovo di zecca. Non esattamente quel vecchio treno del dopoguerra carburato a diesel di cui avevo letto. Matera si sta preparando a diventare la Capitale Europea della Cultura per il 2019, e i mezzi pubblici che la collegano ai principali centri limitrofi si stanno a poco a poco adeguando al flusso di visitatori previsti in arrivo. La modernità, perciò, con un briciolo di mio disappunto, mi ha anticipata. Poco male: per fare una settantina di chilometri, i due vagoni (pienissimi di un mix di umanità locale e globale) ci mettono comunque un’ora e mezza e mille fermate: Bari scalo, Bari policlinico, Modugno (qui finisce il paesaggio della città metropolitana e inizia la campagna), Palo del Colle, Binetto, Grumo, Toritto, Mellitto. E siamo ancora in Puglia.

Non ha fretta questo piccolo treno che viaggia su un unico binario a scartamento ridotto (le rotaie più ravvicinate del normale, infatti, lo costringono ad una minore velocità e il binario singolo può ospitare un solo treno per volta, in andata o in ritorno: due treni che arrivano da direzioni opposte non potrebbero incrociarsi). E per quanto si sia vestito di tecnologia all’ultimo grido, non può nascondere la sua anima anacronistica, in contrasto e conflitto con la rapidità richiesta dai tanti pendolari che lo affollano, specialmente nelle ore di punta.

Ad Altamura il convoglio si divide: un vagone prosegue verso Gravina, l’altro va a Matera. E poi sono uliveti assolati, campi di grano che sembrano pettinati con la riga in mezzo, colline verdissime, pale eoliche. Solo questo panorama vale le quasi tredici ore di traversata d’Italia appena affrontate. Verrebbe voglia di gridare al macchinista “Si fermi un attimo!”, correre giù dal treno e su per il dolce pendio erboso, per poi ridiscendere rotolando. Non ce lo si dovrebbe perdere quel verde lì. Dovrebbe esistere una fermata senza stazione e senza orologio, fatta apposta per chi, vedendo quel paesaggio, si ritrovi a pensare “Sai che c’è?! Me la vado proprio a fare una capriola sull’erba!”.

"Verrebbe voglia di gridare al macchinista “Si fermi un attimo!”, correre giù dal treno e su per il dolce pendio erboso, per poi ridiscendere rotolando. Non ce lo si dovrebbe perdere quel verde lì."

“Verrebbe voglia di gridare al macchinista “Si fermi un attimo!”, correre giù dal treno e su per il dolce pendio erboso, per poi ridiscendere rotolando. Non ce lo si dovrebbe perdere quel verde lì.”

Sono certa che la vecchietta che siede poco distante da noi con le sue due enormi borse della spesa approverebbe. Sono certa che sia tra coloro che riescono a vederla, tutta la bellezza che scorre fuori dal finestrino. E di sicuro, mentre la guardo assorta nei suoi discorsi in questo breve ma intenso viaggio che condividiamo, quella bellezza la sta raccontando ai turisti tedeschi che le siedono accanto. A lei poco importa se i due non rispondono alle sue domande e la guardano con disagio, senza capire una parola: prosegue nel suo monologo in lucano stretto stretto. Che, a dire il vero, non capisco nemmeno io.

Poco prima di arrivare a destinazione il convoglio viene inghiottito dalla terra. La fermata ferroviaria di Matera Centro è sotterranea, scavata in quello stesso calcare in cui sono scavati i sassi, nella stessa umidità di roccia, nello stesso buio di grotta. Un nodo nascosto nelle viscere della Lucania che fa sparire e comparire abitanti, pendolari, visitatori. Il piccolo treno ci scarica là sotto. Alla città ci si deve arrivare con il ritmo ancora più lento dei passi verso la superficie, scorgendone ad ogni scalino una striscia in più, prolungando la sottile emozione di quell’istante in cui ci si prepara alla sorpresa di ciò che non si conosce e si è decisi a scoprire.

Poi, un’onda di luce, di sole, di calore del sud. Ed è, finalmente, Matera.

Kiara

Kiara

Architetto, un po’artista dai pensieri contorti che tenta di sciogliere meditando.
Le piace puntare in alto, soprattutto in montagna dove non si sente soddisfatta se non raggiunge la cima.
Considera la lentezza una virtù (mai metterle fretta!), e potrebbe passare le ore a conversare: meglio se davanti ad una tazza di tè verde o a un buon bicchiere di vino rosso.
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