Ad Agrigento quella notte dormii profondamente. Mi svegliai e dopo una colazione che solo la Sicilia sa regalarti, andai all’appuntamento in stazione con il resto della compagnia con cui avrei passato la settimana al campo.

Parte della colazione dei campioni.

Parte della colazione dei campioni.

Subito ebbi modo di conoscere, oltre ai volontari, i proprietari della Cooperativa “Rosario Livatino”, ovvero Giovanni, Salvatore, Vincenzo ed Alfonso. Persone davvero splendide: ci scorrazzavano qua e là macinando chilometri e sempre con una gentilezza unica. I ragazzi volontari, o meglio, le ragazze con l’eccezione di Federico, erano prevalentemente del nord Italia. Molti di loro si sono rivelate delle persone davvero in gamba e un efficace antidepressivo per i momenti in cui una visione pessimista per il futuro della nostra società prende il sopravvento. Ragazzi allegri, che vanno all’università o lavorano e che coltivano molte passioni, fra cui quella di essere attivamente partecipi nella nostra società, perché credono nei valori di legalità, giustizia, uguaglianza. Non se ne stanno fermi impassibili o a giudicare, ma dedicano entusiasti un po’ del loro tempo a queste grandi cause.

Quasi l'intero gruppo nella casa in cui era ospitato a Racalmuto.

I volontari, i soci della cooperativa e altri amici nella casa a Racalmuto.

Ad accoglierci a Racalmuto (luogo in cui alloggiavamo) c’era Carmela, una ragazza dal forte carattere – come ci si aspetta da una vera siciliana – dai bei tratti mediterranei e con un grande amore per la sua terra. Una cosa che mi colpì di questa donna-uragano è stato il fatto che lei venne a conoscenza di Libera nel periodo universitario a Bologna. In effetti ho potuto constatare che Libera, nonostante sia il più grande coordinamento di associazioni in Italia e che tratti il tema della mafia, sia conosciuta più al nord che al sud. Ciò può sembrare assurdo, ma non lo è poi così tanto se ripenso ad un episodio avvenuto a Favara (di cui, nelle righe successive, vi racconterò qualcosa): altri volontari ed io eravamo seduti in piazza a bere delle birre quando una signora, notando i nostri vari strani accenti, si avvicinò e ci chiese chi fossimo e cosa ci facessimo lì. Noi le rispondemmo. Lei: “Ah! Ma quindi siete venuti qua a lavorare nei beni confiscati alla…mafia“. Non riesco a renderlo bene nero su bianco, ma la domanda fu pronunciata in tono acceso, mentre la parola “mafia” in tono sussurrato. Beh, quindi non c’è molto da stupirsi: questi paesi non molti anni fa erano la perfetta scenografia di un film western.

Le nostre giornate erano divise essenzialmente in due parti: la mattina lavoravamo nella cooperativa a Naro e il pomeriggio partecipavamo agli incontri che erano stati organizzati per noi.
In realtà, credo che siamo stati fortunati: il carico di lavoro la mattina non era così grosso come me l’aspettavo. Spostavamo massi, pulivamo le arnie o regolavamo le piante. Fu in quel frangente che venni soprannominata “la vichinga”: sarà per la mia provenienza dal lontano e freddo Friuli, per i miei modi poco principeschi o per la lunga treccia che portavo, ma a quanto pare tutti trovavano azzeccata questa decisione.

Nei pomeriggi invece facevamo in-formazione. Vennero a parlarci molte persone in rappresentanza di varie associazioni o progetti come A testa alta di Licata, Libera International, Progetto Policoro o anche esponenti delle forze dell’ordine. Furono pomeriggi intensi e molto interessanti. Ho avuto modo di conoscere diverse realtà e giovani che non si danno per vinti e lottano per un futuro se non migliore, almeno dignitoso.

Durante un pomeriggio di formazione.

Durante un pomeriggio di formazione.

Durante uno di questi pomeriggi venimmo a conoscenza dell’esistenza del Farm Cultural Park di Favara, un paese vicino Naro, e il giorno dopo lo visitammo. Questo centro culturale si trova nel pieno centro storico del paese ma contrasta fortemente con esso, è come un pugno nell’occhio (in senso positivo, se ce ne può essere uno). La nascita del Farm Cultural Park merita un racconto. Un giorno un notaio di Favara decise di spendere i suoi risparmi per creare questo centro e dare una seconda vita al posto in cui viveva, il quale era ed è il classico paese siciliano con tanta storia ma vicino alla decadenza. Quest’iniziativa servì da impulso per l’apertura di altri locali nel centro, facendo di Favara la seconda meta turistica della provincia di Agrigento, dopo la Valle dei Templi.
Ora questo centro è un’esplosione di colori e arte, e giovani artisti di tutto il mondo lo scelgono per esporre le proprie opere. Insomma, idee innovative e voglia di fare non vi mancano.

Questa settimana in Sicilia per me è stata la svolta, un trampolino di lancio per fare davvero qualcosa di concreto: poco tempo dopo infatti mi sono unita ai ragazzi del presidio universitario Graziella Campagna di Udine. Ho avuto modo di conoscere meglio il tema della mafia in una terra schifosamente martoriata da un sistema che va combattuto a suon di gesti solidali di legalità e di giustizia. Troppe volte ho sentito dire: “Che me ne frega a me della mafia, tanto è solo al sud. Si arrangino.” oppure “I terroni sono tutti mafiosi.”. Sono stanca di sentire tutte queste stronzate. Certe affermazioni sono ipocrite ed ignoranti. Bello essere italiani solo quando ci fa comodo. Bello (ed ingenuo) pensare che la mafia si trovi solo in meridione. Bello non sapere che in FVG ci sono ben 19 beni (per ora) confiscati alle mafie. Bello pensare che i mafiosi siano solo persone che fanno parte di clan, come quelli che ci propinano i film. Non è così. La mafia è sparsa in tutto il mondo e non è solo siciliana o calabrese, è anche messicana, russa, cinese e ne fanno parte persone di ogni dove. È un nostro dovere di cittadini cercare di fare qualcosa per combattere queste organizzazioni e non per forza mettendoci in prima linea, ma per esempio anche facendo ogni tanto una spesa più consapevole, acquistando i prodotti di Libera Terra o simili, i quali si possono trovare soprattutto nelle botteghe di Altromercato-Commercio Equo e Solidale.

Non mi soffermo sulle altre bellezze che vidi in Sicilia, come appunto le città di Naro, Agrigento, Comiso o Ragusa. Vi lascio solo alcune foto.
Sono grata di questa esperienza che mi ha fatto conoscere persone bellissime. Con alcune di loro sono ancora in simpatico contatto, nonostante le mie orride battute e i miei modi da “aggraziata tigre del Bengala” [cit. Giulia P.].

Infine vi lascio questo breve ma forte video di Pif, la parte finale della puntata su Roberto Saviano del Testimone, il quale penso possa valere più di mille inutili discorsi che potrei iniziare.

 

Martars

Martars

Con la sua nascita ha inaugurato la classe 1993. Faticosamente laureanda in Scienze e tecniche del turismo culturale e fresca dall'esperienza Erasmus.
Ama cantare e dipende dal caffè. Le piace parlare con la gente che trova casualmente sul suo cammino. Adora bere birra di fronte ad un bel concerto in compagnia degli amici (quelli che sono riusciti a sorvolare sul suo pessimo senso dell'umorismo). Alla vista di un piatto dall'aspetto gustoso, va in delirio.
Martars