Seconda parte

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Alla fine ci mettiamo davvero due settimane ad arrivare a Sarajevo. Non dimenticherò mai quel momento, quando, aspettando Laura che veniva a prenderci in un bar del centro, ci siamo guardati sorridendo, semplicemente chiedendoci se era tutto lì, se era possibile che fosse stato davvero così facile. Lo era stato. Ma non era tutto lì. Ricordo ancora la luce del tardo pomeriggio, che sembrava volerci accogliere a braccia aperte. E ricordo ancora il sorriso di Matte, che avrei rivisto qualche anno dopo scalando le montagne intorno a Macchu Picchu. Ho trovato un amico, ma ho anche iniziato a ritrovare me stesso.

Spalato all'orizzonte, dopo un tappone infinito e con un vento... infinito anche lui

Spalato all’orizzonte, dopo un tappone infinito e con un vento… infinito anche lui

Pedalare mi ha liberato, e tutt’ora mi libera. Mi ricordo lingue d’asfalto passarmi sotto senza sosta, i miei pensieri vagare, vagare, sempre più liberi, senza meta. Piangere di pura gioia durante la discesa verso Karlobag sulla costa croata nell’arancione di un tramonto eccezionale. Tuffarsi nel mare solo perché puoi, e “perché no”? Scambiare gesti e sguardi con le persone che incroci, che possono aiutarti anche senza parlare la stessa lingua. E lentamente sciogliermi, lasciare indietro ogni pensiero, ricominciare ad ascoltarmi, perché tutto il rumore fuori e dentro si allontana. Diventa prima un suono di fondo, e poi un silenzio mai ingombrante. Mi ricordo la sensazione di poter lasciare per un po’ ogni legame, la sensazione di assoluta libertà, perché con le mie forze, pochissimi soldi e la bici potevo raggiungere posti lontani in pochissimo tempo, ma al tempo stesso guardare, annusare, sentire, ascoltare, conoscere tutto quello che mi passava accanto. Potevo fermarmi. Poi ripartire. Senza binari di nessun tipo.

Matte è venuto con me a Belgrado dopo aver passato insieme qualche giorno a Sarajevo. Da lì saremmo dovuti partire per Monaco e Costanza, per trovare altri amici dell’Erasmus. Lui invece ha preso un treno per Firenze, e poi un volo per Oslo. Come nei migliori film di viaggi e vagabondaggi, ha davvero conosciuto una norvegese biondissima di cui si è perso. Hai voglia l’amicizia, ma il ragazzo ha preso la patata al volo, per così dire. In realtà all’inizio ero un po’ geloso. A Spalato mi sono ritrovato spesso da solo mentre lui era a tubare. Però col senno di poi mi ha fatto bene. Ho avuto tempo per pensare ed ascoltarmi davvero. Per la prima volta, forse, ho davvero apprezzato la possibilità di viaggiare solo. E la cosa mi ha spronato a pensare.

Quando sono partito per quel viaggio, avevo appena iniziato un percorso di lavoro nuovo e impegnativo, ma forse allora non ero pienamente convinto della mia scelta, per innumerevoli motivi. Durante il viaggio ho trovato il coraggio di ammettere che forse stavo sbagliando, perché nella mia vita non sentivo quella pienezza e quella libertà che sentivo sulle due ruote pedalando sotto torrenti di pioggia fra Mostar e Jablanica. Quando sono rientrato ho affrontato la mia paura di perdermi, come facevo in viaggio. Ho detto a tutti che forse avrei cambiato, per la prima volta mi sono dato un’alternativa. Questa è stata la chiave. “You have the key” mi diceva Matte. Lui è scemo, ma ogni tanto ci becca. Capire che con delle semplici scelte, o dandoci delle possibilità, possiamo davvero cambiare la nostra vita in meglio.

Oggi sono grato per quei momenti, in cui ho anche sofferto. Perché i viaggi sono spesso visti come una figata da registrare con la GoPro dall’inizio alla fine, ma in un viaggio vero, per me, è normale anche soffrire. Perché le cose si complicano, perché quando viaggi, per definizione lasci la tua comfort zone. Per me così è stato. Arrivare a Sarajevo è stato relativamente facile, ma arrivare dentro di me molto meno. La bici mi ha aiutato in questo. Per questo è stato “il” viaggio.

Alla fine sono arrivato alla fine di quel percorso iniziato l’anno prima del mitico viaggio. Ho preso una decisione con cognizione di causa, forse la prima volta in vita mia. Ho scoperto la mia passione per l’insegnamento, e ho imparato ad apprezzare tanti lati del mio lavoro, e anche a non disperarmi per quelli negativi. In questo, ho iniziato ad apprezzare anche i lati “oscuri” del mio carattere e della mia personalità, ad accettarli.

Nel 2016, in questo inizio di primavera (perché mentre finivo questo racconto ho finito anche il trasloco a Barcellona), sono veramente contento della vita che faccio, delle esperienze che questa decisione mi ha consentito di fare: vivere a Londra, lavorare in Germania, viaggiare lontano nel mondo e avere ancora più voglia di farlo. Aprirmi al prossimo, perché chiunque in questo mondo ha qualcosa da insegnarti o almeno, qualcosa che puoi imparare.

La bici è rimasta con me tutto questo tempo, e così il mio compagno di viaggio. Così la voglia di viaggiare appena possibile, e la consapevolezza che forse un viaggio così non ci sarà più. Alla fine che ne so. Quello che so per certo è che di viaggi ce ne saranno molti altri, e spero che un giorno la vecchia Bessi a due ruote mi riporterà su qualche vetta lontana, ma sempre più vicina a quel posto che da un po’ chiamo casa (cit.).

Gaber.

PS: per quelli con lo stomaco forte e che sono disposti ad ascoltare il Bigi parlare (e bestemmiare) da solo per minuti interi, qui potrete guardare la playlist Youtube con diversi estratti del viaggio, in ordine cronologico. Qualcuno piuttosto esilarante. Qui sotto potete vedere uno dei miei preferiti, quando il Bigi si rende conto di essere “bello un po’ sempre”.

Gaber

Gaber

Ricercatore universitario, ultimamente prova a fare il professore insegnando storia economica all'Università Autonoma di Barcellona. Quando è in Germania beve vino, ma quando è in Spagna preferisce una clara – il che la dice lunga sulla sua mente contorta. Ama viaggiare in ogni sua forma. L’importante è sempre la compagnia, e rendersi conto che a volte è meglio uscire a far quattro passi da soli.
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