I Torzeons

Scoprire il mondo con occhi nuovi

Il magico mondo dell’autostop

Nell’immaginario comune fare autostop è una pratica rischiosa, un po’ fuori moda e riservata a biondissimi e giovanissimi viaggiatori americani o tedeschi, con grossi zaini e la pelle arrossata. Dopo 10 mesi in Romania ho potuto rivalutare questa idea.

Direzione Oradea!

Direzione Oradea!

Quotidianamente infatti, in specifici punti della città di Arad, potevo vedere giovani donne, signori sulla sessantina o anche vecchine con le sporte della spesa che aspettavano pazientemente al ciglio della strada, col pollice alzato e l’espressione indifferente di chi è abituato a simili incombenze. Inizialmente non ci potevo credere: immaginatevi una signora sola, vulnerabile in forza dell’età e impedita da buste pesanti aspettare che uno sconosciuto si fermi e gentilmente la carichi in macchina. Immaginatevelo nel contesto del Friuli di adesso, o dell’Italia di adesso. L’immagine stride, no? Quello che ci aspettiamo è che l’apparentemente gentile automobilista o, peggio ancora!, camionista abbia mire maligne e fosche, e che la povera signora si trasformi in una vittima della strada. Subito poi saremmo pronti a puntare il dito sulla sua ingenuità, “chissà cosa si aspettava”, “chiaro che doveva finire così”, eccetera.

Un'amica, fierissima del suo passaggio in una delle estati più torride della mia vita.

Un’amica on the road, fierissima del suo passaggio.

Quello che invece notavo in Romania è la facilità e l’efficacia del sistema di autostop, che nella stragrande maggioranza dei casi è gratuito – solo raramente, infatti, il conducente chiede un contributo. Perché funziona? Forse perché tanti rumeni trovano lavoro come camionisti e fattorini con turni anche molto lunghi, si sentono soli e non vedono l’ora di passare qualche minuto in compagnia? Forse perché la solidarietà non è ancora soffocata dalla ricchezza individuale? Forse perché c’è meno paura? Forse tutto questo è un’eredità del comunismo e quindi dell’abitudine a pensarsi in gruppo più che singolarmente? Non lo so, forse è una commistione di questi fattori o forse sono tutte cavolate. Fatto sta che anche noi volontari “occidentali”, osservata la disponibilità degli automobilisti e notata l’economicità di questo modo di spostarsi, abbiamo fatto grande uso dell’autostop. Le due grandi regole non scritte dell’autostoppista sono: 1. Mai viaggiare di notte; 2. Mai viaggiare da solo. Sul secondo punto ovviamente le possibilità di deroga sono riservate unicamente al sesso maschile, in virtù del fatto che il maschilismo è una realtà pervasiva in Friuli, in Italia, in Europa e nel mondo, e i pericoli che corre una donna, come sempre, sono maggiori.

Non ero da sola, eh.

Non ero da sola, eh.

Devo dire che, fortunatamente, non mi è mai capitato di essere minacciata o molestata, come l’immaginazione più comune vorrebbe. Però capitava, e anzi era diventato una sorta di leit motiv, che mi  chiedessero se fossi sposata. Analogo trattamento ovviamente era riservato alle altre viaggiatrici. A seconda del caso o della prontezza di spirito decidevo di mentire o di dire la verità. Dire di sì era difficile, mi sembrava di non poter essere credibile, e invece lo ero perché in Romania è perfettamente normale essere sposati a 23 anni, mentre in Italia ormai è considerato un passo fatto con un po’ di anticipo. Da donna sposata subito smettevo di ricevere domande rispetto alla mia situazione sentimentale, segno del rispetto di cui ancora gode l’istituzione del matrimonio. Nel caso invece dicessi di non essere sposata, ero ancora esposta a tutt’una serie di domande che a volte sconfinavano in velate proposte. Ma con un po’ di spirito le domande venivano eluse e il viaggio risultava piacevole. In generale, comunque, devo dire che i viaggi in autostop sono stati nella stragrande maggioranza dei casi non solo piacevoli, ma anche divertenti e arricchenti.

Infatti ancora sorrido ripensando a quando, durante un breve viaggio in compagnia di un’amica, il conducente ci ha mostrato la fotografia del figlio, un tale Valentin, forse con l’idea di farci incontrare o semplicemente per ricevere apprezzamenti.

Eccomi qui in macchina col papà di Valentin.

Eccomi qui in macchina col papà di Valentin.

Un’altra volta siamo state accompagnate da un uomo estremamente religioso, che durante tutto il tragitto, l’autolavaggio e la pausa pranzo ci ha fatto ascoltare musica liturgica. Senza sosta. In quella macchina era tutto un susseguirsi di cori in rumeno, di alleluja e di Dumnezeul (il Signore). Anche quest’uomo ci ha chiesto se fossimo sposate, ma con l’intenzione forse di capire quanto fossimo pie più che di avere campo libero e di provarci con noi.

Ricordo anche quel fattorino, gentilissimo, che si è fermato a fare benzina e ne ha approfittato per comprare qualche snack, per lui stesso e anche per noi, in una dimostrazione di gratuità che mi ha colpito molto. E giù a mangiare semi di girasole e crackers.

Due amiche volontarie, ormai veterane di autostop.

Due amiche volontarie, ormai veterane di autostop.

In generale ricordo con nostalgia i tragitti fatti in autostop, brevi o lunghi che fossero, che diventavano parte integrante dell’esplorazione del viaggio e non solo un corollario. Diventavano non solo il mezzo, ma in una certa misura anche il fine del partire. Era una gioia per me avere la possibilità di scambiare due parole, in inglese o in un rumeno stentato, con il guidatore, cercando di capirne almeno un pochino motivazioni personali e cultura.

Mi rammarico del fatto che in Italia la cultura dell’autostop non esista più e sia stata sostituita o dalle sue versioni monetarizzate (Blablacar in primis), o da una generalizzata paura dell’altro. Certo, essere prudenti è sempre fondamentale, non sarò certo io a negare il valore della prudenza e non sto dicendo che fidarsi dell’altro totalmente e ciecamente sia sempre consigliabile. È innegabile, però, che su un immaginario bilancino in Italia la paura ha superato di molto la fiducia nell’altro, e si è più portati a pensare che l’altro – in questo caso il conducente – sia uno stupratore omicida piuttosto che una brava persona. Il che è statisticamente scorretto, oltre che angosciante.

Margue

Margue

Piccolo esemplare di essere umano nato nello sperduto ma bellissimo Friuli, pensa che il miglior augurio possibile sia “Que el fin del mundo te pille bailando”. Appassionata di cibo e di parole, ama mettersi alla prova almeno quanto dire stupidaggini. Contraddistinta da un senso dell’umorismo che a non tutti piace, spera che voi lo apprezziate.
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Comment

  1. Ire

    Bello bello bello, brava Margue <3

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