Tra i vari mezzi di trasporto, quello che preferisco è il treno. Un campionario di persone che salgono, scendono, si spostano, ognuna coi propri pensieri, le proprie storie, i propri bagagli anche di vita. E il treno ti ci pone davanti faccia a faccia, in relazione forzata. È la perfetta palestra per l’osservazione, per l’attenzione, ma anche una micidiale macchina dei pensieri, perché dà loro un ritmo che è quello del paesaggio che ti scorre a fianco. In treno ho intavolato le conversazioni più interessanti, conosciuto persone bellissime. Non resisto dieci minuti senza annoiarmi davanti alla tv, ma riesco a passare ore ed ore guardando fuori da un finestrino.

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L’uomo che non guardava mai negli occhi (foto di Valeriano De Gasperis)

Da Zagabria in direzione Belgrado partono due treni: alle 11.06 e alle 23.48. Il minimo indispensabile: a quanto pare, dai tempi della guerra, nessuno sconfina volentieri in Serbia. Il treno della mattina del 31 dicembre è partito da Buchs, in Svizzera, ed è composto di due vagoni. Un bel treno tranquillo in cui noi, con i nostri zaini, siamo probabilmente la presenza visivamente più rumorosa ed esotica.

Per più di due terzi del viaggio attraversiamo le campagne croate, percorrendo la Slavonia, quella propaggine del Paese che si allunga verso Est fino alla Serbia. La ferrovia taglia in due il paesaggio: a sinistra piccoli villaggi di case rurali, a destra la valle della Sava, che scorre pochi chilometri più in là.

Il signore che siede nei sedili vicino a noi è un vecchietto ossuto e nodoso, con bagagli, giornali e immancabile birrozza da viaggio al seguito. Attacca discorso senza grande difficoltà, lui parla slavo e noi inglese, e la comunicazione sorprendentemente fila. Tuttavia la maggior parte del viaggio la passa parlando tra sé e sé, indicando ciò che vede dal finestrino, come se nel paesaggio riconoscesse luoghi ben conosciuti che chissà quali vicende gli ricordano. La giovinezza forse, la guerra.

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La penultima fermata in Croazia è Vinkovci, città che si incunea tra Sava e Danubio: fino a ieri la ferrovia Trieste-Zagabria-Belgrado terminava qui. Al di là piovevano le granate. Sale un tizio dal volto indurito e altero, con lineamenti appesantiti, curvati all’ingiù: un volto “balcanico”, decido. Per tutto il viaggio (starà con noi fino a Belgrado) osserva alternativamente il panorama dal finestrino e il suo giornale, senza cambiare espressione. In questa prossimità forzata lunga ore (in totale saranno ben sette), almeno uno sguardo, anche solo per sbaglio, lo scambi con tutti i passeggeri. Con lui no. Di quello che ha attorno non se ne occupa.

A Tovarnik siamo già vicini al confine. Prima di arrivarci, la gran parte dei passeggeri è già scesa: in Serbia proprio non ci vogliono andare. I vagoni si ripopolano ben presto, da Sid in poi, dove iniziano le scritte in cirillico e le imponenti e mute costruzioni in cemento armato.

Doppio controllo alla frontiera: mentre la polizia croata sembra avere fretta di correre a festeggiare la fine dell’anno, i gendarmi serbi, con la loro aria severa, un po’ di soggezione te la mettono addosso. Un agente, che di sicuro non sprizza simpatia, si sofferma ad analizzare i numerosi timbri sul passaporto di Vale. Poi, ad un certo punto, guardando l’intestazione del documento e forse per colpa di qualche assonanza balenatagli in mente, si lascia scappare un mezzo sorriso: “Valentino Rossi”, esclama.

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Il treno, con i suoi agi di tempo e i suoi disagi di spazio, rimette addosso la disusata curiosità per i particolari, affina l’attenzione per quel che si ha attorno, per quel che scorre fuori del finestrino. Sugli aerei presto s’impara a non guardare, a non ascoltare.

(Tiziano Terzani)

Kiara

Kiara

Architetto, un po’artista dai pensieri contorti che tenta di sciogliere meditando.
Le piace puntare in alto, soprattutto in montagna dove non si sente soddisfatta se non raggiunge la cima.
Considera la lentezza una virtù (mai metterle fretta!), e potrebbe passare le ore a conversare: meglio se davanti ad una tazza di tè verde o a un buon bicchiere di vino rosso.
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